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Referendum: dalla questione della giustizia agli incubi della guerra

Di Sergio Fontegher Bologna da Officina Primo Maggio

Diciamocelo: quella cartina d’Italia con la distribuzione dei “No” e dei “Sì” al referendum di ieri ci ha dato una bella soddisfazione. Ma forse il problema della giustizia ha avuto un’importanza relativa sul risultato. La gente si è sentita presa per il sedere quando la Meloni diceva che la separazione delle carriere faceva risparmiare soldi ai contribuenti. E lo diceva in un momento in cui il suo amico Trump, ricattato da chi sappiamo sull’affare Epstein, scatena una guerra che porta i prezzi del petrolio alle stelle. Come fa un’impresa, anzi, una delle migliaia di microimprese del tessuto produttivo italiano, a sopportare una botta del genere? Come fanno milioni di redditi familiari a pagare la luce tre/quattro volte di più? Oltretutto, come dice il “Guardian”, non è che i prezzi tornano giù appena la guerra finisce, quelli continuano a restare al massimo per mesi. A maggior ragione con una guerra la cui conclusione si allontana ogni giorno di più. A parte il rischio nucleare, qui c’è da aspettarsi una crisi economica globale, da cui non riescono a restare indenni nemmeno i signori dell’intelligenza artificiale.

Per questo, passato il momento di soddisfazione a vedere la cartina tutta rossa, vale la pena soffermarsi a lungo a guardare gli spazi delle regioni dove ha vinto il ”Sì”.

Quando è iniziata l’aggressione all’Iran – per il cui regime non credo di provare più simpatie di quelle che provo per Putin e i suoi oligarchi sanguisughe del grande popolo russo – pensavo che le piazze si sarebbero riempite come ai tempi per Gaza. Ma come, non capite che qui de te fabula narratur? Non capite che qui ci vanno di mezzo i vostri figli e nipoti? Ho capito dopo che le cose erano più complicate, la gente si rendeva conto che la partita era più grossa e le forze da mettere in campo dovevano passare per processi più complessi e inevitabilmente più lenti. In quest’ottica i “No” sono il segno di una presa di coscienza. Altro che separazione delle carriere! Si vota “No” perché si guarda al Medio Oriente, non alle sfuriate di Nordio! Qui è in gioco il destino del Paese!

Allora, se questo è vero, bisogna andare a fondo per capire chi e dove ha votato “Sì’”. I commenti che ho letto non mi convincono, ripetono i toni e gli argomenti della campagna elettorale. Allora, come spesso mi capita, cambio ragionamento e punto di vista.

E comincio col dire: guardate dove ha vinto il ”Sì”: quelle sono le aree dove è concentrato il core del capitalismo italiano. Non quello di sempre, degli Agnelli e dei Pesenti, quello che ha trovato un degno rampollo in John Elkann. No, quello dei fondi, quello dei Catella, quello della Milano-Cortina, quello dei grandi player dell’immobiliare logistico, quello che licenzia con un messaggio su WhatsApp. Quello che sopravvive solo se può praticare sistematicamente l’illegalità degli appalti, quello che si circonda di schiere di professionisti che lo aiutano a evadere il fisco, a evadere le regole sul lavoro, a evadere le norme ambientali e urbanistiche. Quello che ha aiutato la mafia a traslocare dal Sud al Nord, da Corleone a piazza San Babila. Quello che si sente in parte, ma solo in parte, rappresentato da Confindustria o da Confcommercio o dagli innumerevoli “corpi intermedi”, ridotti più a spettri che a corpi. Perché è un capitalismo senza bandiere, può spostarsi tranquillamente nel mondo.

Ma è quello che ha portato l’Italia ad avere i salari più bassi, che costringe i laureati ad andarsene, che alle donne che vogliono far figli non apre le porte dell’azienda, il capitalismo dei tempi determinati, degli stage, dei contratti a chiamata, del lavoro gratuito, dei rinnovi contrattuali rimandati per anni, quel capitalismo che ha fatto scuola nell’amministrazione pubblica, nella scuola, negli ospedali, che privatizza ma coi soldi dello Stato.

La sua natura, dobbiamo ammetterlo, viene allo scoperto con le inchieste di certa magistratura e dunque vota forsennatamente “Sì”.

Mi viene in mente il Mario Tronti dei “Quaderni Rossi”:

“Il primo passo rimane sempre il recupero di una irriducibile parzialità operaia contro l’intero sistema sociale del capitale. Niente verrà fatto senza odio di classe: né elaborazione della teoria, né organizzazione pratica” (QR, n. 3. p. 72).

Oggi scandalizzano queste parole. Ma quell’odio di classe è quello iniziato, con ruoli rovesciati, già dai tempi di Reagan e di Thatcher, e poi proseguito con un’accelerazione impressionante dopo Lehmann Brothers e infuria oggi con la bolla dell’IA, con lo sviluppo dei Big Data, dei bitcoin. L’odio di classe è quello che questo capitalismo ha praticato sistematicamente contro tutta la forza lavoro, dal rider all’informatico di alto livello.

Non esiste un’organizzazione politica e sindacale che ci dia la forza almeno di resistere. Quelle che si definiscono “opposizioni” non mi sembrano all’altezza. Ma di gente che opera attivamente per ridare dignità al lavoro ce n’è più di prima. Non lo fa perché tiene al potere della magistratura, ma per necessità vitale.

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