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Un’Unione disunita: l’Europa al (non) voto, nella crisi

Se l’astensionismo è il vero protagonista di questa tornata “elettorale”, esso tocca le punte più alte nell’Europa dell’ex campo socialista, dove le percentuali del non voto oscillano tra il 60% e l’87%. Percentuali simili si contano però anche in Portogallo, Gran Bretagna e Paesi Bassi. Guardando la mappa verrebbe la tentazione di interpretare la geografia del non voto soprattutto come espressione di un rifiuto direttamente proporzionale alla distanza dal centro geografico, politico ed economico del Continente. Si tratta però di contesti troppo differenti: se l’Est e la finis terrae lusitana esprimono un rifiuto che è soprattutto una disillusione realistica sul quanto “non si conta”, l’astensione inglese esprime già da tempo un approccio anglosassone, come un’America in sedicesimo in cui le classi popolari si sono da tempo disinteressate alle competizioni elettorali. Probabilmente diverso il significato dell’astensionismo olandese.

L’altra linea di faglia che attraversa l’Europa è quella che oppone i paesi del Nord a quelli del Sud, sia sul fronte del voto/astensione che su quello delle preferenze espresse nell’urna. I paesi mediterranei, quelli che stanno pagando la crisi, vanno a votare di più (o si astengono di meno) ma le direzioni del voto sono differenti. In Grecia, come ci si poteva aspettare, Syriza è primo partito (anche se non vola come molti azzardavano) e Alba Dorata incrementa i consensi, confermando la realtà di un paese polarizzato e che esprime nell’urna -da destra (estrema) e da sinistra (radicale) – la critica all’Europa tedesca. Il dato greco è completato da un astensione che qui vede consistenti fette attive e militanti, specie nel mondo giovanile-studentesco-metropolitano. In Spagna il dato dell’astensione è simile alla Francia ma vede un incremento del voto rispetto al 2009. Se conferma una tendenza europea (popolari seguiti da social-democratici), questi per la prima volta nella storia post-franchista del paese non superano insieme il 50%. Incrementano invece i consensi le liste indipendentiste di sinistra. Si afferma soprattutto la lista “Podemos”, attenta alla dimensione mediatica della politica (dal basso e come campo di scontro anche nel mainstream), nata da alcune componenti emerse dal 15M. Tanto in Grecia quanto in Spagna le forze più classicamente comuniste si attestano comunque tra il 6 e il 10%.

L’Italia rappresenta a tutto campo un’anomalia. Tra i grossi paesi dell’Unione è quello in cui si è votato di più. Da tempo non percorsa da grandi sommovimenti, ha espresso nel voto grillino la sua protesta contro l’Europa dell’austerity (un voto che tutti hanno fretta di vedere come flop ma che stabilizza comunque un significativo 21 %). Il vero risultato è però qui quello del Partito Democratico e soprattutto dell’affabulatore Renzi, che conferma la personalizzazione della politica, cifra di quest’era post-moderna (di cui l’Italia è stata apripista, con Berlusconi prima e grillo poi). Nel voto per l’ex sindaco di Firenze ci sembra però di scorgere soprattutto un voto, più che di speranza (come non smettono di cianciare i commentatori del mainstream), di paura. E’ il voto di chi ha ancora qualcosa da perdere: chi ha qualche risparmio, chi vive di rendita, chi è ancora (pur miseramente) garantito dal lavoro salariato dipendente del pubblico impiego. E’ un voto che esprime la speranza di restare attaccato al treno europeo di una crescita che non arriverà. C’è una geografia italiana del voto che riproduce in sedicesimo alcuni aspetti della scala europea: il nord “produttivo” vota di più e vota Renzi, il sud e le isole votano molto meno, perché non si aspettano molto dal nuovo governo e intuiscono molto probabilmente da dove passerà l’innovazione e la crescita renziana.

Il centro e il Nord del continente esprimono il voto della paura che la crisi porta con sé in termini più nettamente reazionari e anti-europeisti (Regno Unito, Francia, Danimarca). In Francia contano certamente le promesse mancate del governo Hollande (i socialisti come difensori del sistema europeo dell’austerity) e il successo di opinione pubblica conquistato dal movimento della “Manif pour tous”. La Francia esprime la disillusione per la sinistra-sistemica in cui l’Italia spera (e al suo risultato guarda stupidamente la sinistra colà sconfitta).

Abbiamo qui accennato a pochi linee di lettura, necessariamente semplificanti e tendenti a leggere delle omogeneità dove c’è soprattutto il frammento, la dispersione, la differenza irriducibile di tanti contesti nazionali che non arrivano a fare sistema né tantomeno “unione”. Non sono risultati che fanno ben pesare e che confermano anzi il fallimento europeo e il suo ripiegamento, la sua paura di perdere una ricchezza passata e la poca voglia di accettare le sfide della mixité, del disastro del Capitalismo e dislocare più avanti la sfida per il cambiamento. Un’Europa dove, tolte alcune rare eccezioni e sacche di resistenza, si lotta ancora troppo poco!

A queste tinte fosche, bisogna comunque saper opporre uno sguardo di lungo respiro che pensa su tempi più lunghi, contraddizioni che si riproporranno con ancora più forza, consci che le saldezze oggi vantate da chi è parte del sistema sono invero piuttosto fragili e precarie. Puntando su percorsi di minoranza consapevole ma a potenziale vocazione maggioritaria. Saper insomma cogliere l’alba nell’imbrunire.

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