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American way of death

Pochi giorni dopo la sparatoria di Butler che ha causato una ferita all’orecchio di Trump, un morto, due feriti e uno scossone nell’andamento della campagna elettorale più folkloristica di sempre, Trump torna alla carica alla vigilia della convention repubblicana di Milwaukee che lo incoronerà ufficialmente candidato, dicendo “Non mi arrenderò mai, vi amo tutti”.

Il giovane di vent’anni che ha sparato a Donald Trump lo ha fatto con un fucile Ar-15 (che ora Biden chiede venga vietato), icona del movimento conservatore americano e lo ha fatto con indosso una maglietta del canale Youtube pro-armi Demolition Ranch

Il fatto ha scatenato ovviamente molteplici conseguenze. L’ala più estremista dei conservatori, in particolare il candidato vicepresidente, ora senatore dell’Ohio J.D. Vance, ha indicato nei democratici una responsabilità morale per l’attentato, dato che Biden avrebbe dichiarato che Trump “andava fermato a tutti i costi”. Altri esponenti del suo partito sostengono che questo episodio sia da iscrivere in un contesto complottardo nei confronti di Trump, così come testimoniano l’accanimento giudiziario nei suoi confronti, le inchieste e le indagini. Inoltre, la popolarità di Trump ha ripreso il centro della scena ottenendo grande sostegno a livello globale per l’accaduto. Oggi anche gli ex rivali lo sostengono. Viene tentata la via della responsabilità esterna additando l’Iran, secondo fonti della Cnn, accuse già respinte e rese note dalla missione di Teheran all’ONU. Intanto, i gruppi che sostengono Donald Trump hanno raccolto più di 400 milioni di dollari per la campagna elettorale dell’ex presidente, somme che saranno destinate a moltiplicare nei prossimi giorni. Durante la convention repubblicana di Milwaukee la polizia ha sparato e ucciso una persona non lontano dal perimetro di sicurezza. L’uomo ucciso aveva un coltello, era probabilmente un senza fissa dimora e aveva un cane, di nome Isis. L’agibilità della polizia aumenta, il nemico interno è facile da scovare e tranquillamente si può fare fuori senza tanti salamelecchi.

 In questi giorni molti commenti imputano l’evento alla violenza della società americana e al progressivo degrado della “parabola democratica” americana (per chi ci avesse mai creduto) con relativa diffusione della violenza interna. E’ interessante che persino nel documento Strategic Intelligence Assessment and Data on Domestic Terrorism [June 2023] l’FBI e il DHS sottolineino che “La prevenzione degli attacchi terroristici rimanga una priorità assoluta. Una delle minacce terroristiche più significative per gli Stati Uniti che oggi affrontiamo è rappresentata dagli attori solitari e da piccoli gruppi di individui che commettono atti di violenza motivati da una serie di convinzioni ideologiche e/o di personali.” Che venga data questa rilevanza fa specie, considerando da un lato, la martellante campagna mediatica e politica dell’establishement americano nel parlare di “terrorismo esterno”, un concetto introdotto nel dibattito pubblico e nel codice penale a livello internazionale a seguito dell’11 settembre e che ha determinato il campo, individuando nella popolazione arabo-musulmana in primis la causa del rischio “per l’unità nazionale” e la legittima leva per sostanziare la necessità di continuare a rappresentare il potere egemonico a livello mondiale, a fronte dell’emergenza dei BRICS. E, dall’altro lato, il totale sdoganamento delle armi nella società america, come dimostrano dati, percentuali e ricerche. Un rapporto del Chirurgo Generale degli Stati Uniti afferma che “la violenza da arma da fuoco è una crisi urgente per la salute pubblica. Citando l’aumento dei decessi di giovani e l’impatto sulla salute mentale, il rapporto sostiene la necessità di un approccio per arginare la violenza da arma da fuoco simile a quello dei decessi legati al tabacco e ai veicoli a motore.”

L’America diventa così l’emblema della società a cui è difficile anelare anche per chi crede nel sistema capitalista come unico rapporto possibile. Ci troviamo oggi di fronte all’espressione della crisi totale, di una fase di probabile guerra civile? Trump durante la sua campagna elettorale ha ammonito “Se perderò sarà un bagno di sangue”, o forse esistono ancora spazi di ricontrattazione all’interno del regime neoliberale? La società americana in decadenza, putrescente e autolesionista cos’ha da offrire alle generazioni giovani e future? 

Che gli USA si trovino in uno stato di crisi lo diciamo da tempo, in particolare in riferimento alla guerra in Ucraina, per noi manifestazione di una battaglia per l’egemonia per la quale gli USA hanno deciso che sarà l’Europa a fornire la carne da cannone per contrastare l’emersione di Stati come la Russia, ma soprattutto la Cina. La guerra quindi, ancora una volta, è l’esplicitazione del declino americano e apre a spiragli di crisi interna che in questi mesi hanno assunto i tratti di una campagna elettorale che ha largamente oltrepassato i limiti della decenza (tra picchi di demenza senile e dichiarazioni d’amore per la patria con pugni alzati e faccia ricoperta di sangue). Come scrive Maurizio Lazzarato nel suo testo apparso su Effimera “Diario della crisi”, che costituisce l’introduzione al suo volume pubblicato nel 2023 per DeriveApprodi: Guerra e moneta:

“Il deficit commerciale degli Usa inaugura non solo l’egemonia del dollaro, ma anche un’economia del debito che fonda il modello di accumulazione della mondializzazione: il colossale debito americano assicura uno sbocco alle merci cinesi e i cinesi reinvestono le somme astronomiche di dollari accumulati nel finanziamento del debito stesso (e investono nella finanza e nell’immobiliare). È questo sistema in discussione nella guerra, perché, nel breve periodo, se salvaguarda l’egemonia americana e l’«American way of life», nel lungo rinforza economicamente e politicamente il Sud globale, che deve invece essere radicalmente subordinato al dollaro. Attaccando questa complementarietà gli Usa condannano la mondializzazione, le cui catene del valore e i loro scambi saranno ormai politici, tra «alleati».”

Inoltre, sempre Lazzarato sottolinea “La guerra (e tutte le sue variazioni, guerra di classe, di razza, di sesso, neocoloniale ecc.) è il regime di verità del capitalismo”, oggi vediamo come il sistema capitalista si stia sbarazzando sempre più facilmente della faccia dell’accettabilità garantita dalla governabilità neoliberale, sostituendo quella formula retorica e narrativa con ciò che si avvicina a sentimenti di difesa e di necessità di serrare i ranghi, tipici dei fascismi, dei populismi, in capacità di utilizzare la guerra come paradigma da riscoprire per difendere gli interessi della classe borghese e delle élites contemporanee. Ciò che succede in Francia con il Rassemblement National, in Italia con la Meloni, in Germania con la perdita di consensi per Sholz, è solo una parte esemplificativa di una traiettoria che negli USA prende caratteri più violenti ed espliciti in continuità con il contesto politico e sociale caratteristico di quella dimensione. E’ evidente la strategia propagandistica di Trump rispetto alla guerra in Ucraina, una strizzatina d’occhio alla borghesia americana quando parla di interrompere il sostegno all’alleato Zelensky, mentre Biden si confonde e lo chiama Putin, oltre ad avere la responsabilità di aver alimentato l’escalation. 

Nella fase attuale del capitalismo, una fase senile di un processo che si iscrive all’interno di un immaginario costruito attorno alla “guerra delle civiltà”, citando il libro di Samuel P. Huntington che parlava di un mito, quello dell’egemonia statunitense, che avrebbe distrutto i suoi nemici, avvalendosi dell’imperialismo, dalla fine del XIX secolo e dalla legittimazione data dal razzismo. Questa categoria caratterizza la macchina statale non soltanto secondo un approccio predatorio su un piano territoriale, ma assume una funzione politica, amministrativa e militare. Il fattore militare si traduce anche su un piano interno, nella formazione e nella socializzazione americana sono impressionanti i dati che riguardano il possesso di arma da fuoco e il loro utilizzo indiscriminato (spesso bambini per sbaglio ammazzano i loro genitori con la pistola trovata sul tavolo della cucina): secondo alcune stime ce ne sarebbero quasi 500 milioni in America, più di una a persona. Sono aumentate in maniera molto rapida negli ultimi anni  si sono armate categorie sempre nuove di cittadini. 

Carta di Limes sulla diffusione delle armi da fuoco negli Stati Uniti: 114903147-c1ae7399-ec2b-4b31-9912-9789106c4600.jpg (1280×862) (gedistatic.it)

A questo si aggiungono la tendenza al complotto, le teorie cospirazioniste, la teoria della grande sostituzione (Great replacement theory), nota negli Stati Uniti anche come «genocidio bianco», l’assalto a Capitol Hill, la diffusione di milizie e gruppi estremisti, la paura che il proprio stile di vita venga messo a repentaglio da un nemico interno. Riprendendo un articolo di Limes citiamo alcune recenti rilevazioni: “l’Università di Chicago stima che il 30% degli americani ritiene seriamente in gioco il loro benessere nelle elezioni di novembre; secondo il Public Religion Research Institute (Prri), il 75% degli elettori pensa che alle prossime presidenziali la democrazia sia a rischio. Per colpa di un candidato o dell’altro: Trump è considerato un pericolo più di Biden (52% contro un non indifferente 33%), ma tra gli elettori indecisi degli Stati in bilico è il candidato repubblicano a essere considerato più in grado di proteggere la democrazia rispetto al democratico (38% contro 29%). Secondo l’Università di Chicago, il 10% degli americani sarebbe favorevole a usare la forza per impedire la rielezione di Trump e il 7% a usarla per permetterla. Rapportato alla popolazione adulta, si parla di circa 40 milioni di persone. Molte delle quali posseggono un’arma (fra un terzo e la metà di questi estremisti). E secondo il Prri, un quarto circa degli statunitensi concorda con l’affermazione: “I patrioti americani potrebbero dover ricorrere alla violenza per salvare il paese”, fra cui anche un 13% di elettori democratici.” 

Un fenomeno da tenere a mente è poi il revival religioso che al di fuori delle grandi metropoli delle coste si fa sempre più generalizzato. Proprio come in altre società a capitalismo avanzato con un certo grado di paranoia sociale (si veda Israele) la politica si fonde con un messianesimo sempre più spinto che porta alle estreme conseguenze i miti fondativi di una nazione. In poche parole la crisi da economica, sociale e geopolitica si fa crisi di senso complessiva.

L’American Way Of Life è ben rappresentato dalla reazione del pubblico al comizio di Trump che, durante gli spari, si abbassa per mettersi al riparo ma poi rimane lì, immobile a filmare con il proprio cellulare la sparatoria. Il modello americano, esportato in tutto il mondo, può essere oggi messo in discussione, sia dal punto di vista interno (secondo modalità probabilmente violente) sia dal punto di vista esterno. L’emersione di movimenti come Black Lives Matters assumono un ruolo centrale, così come le nuove ondate di scioperi nell’ambito dell’industria dell’auto, della logistica e del comparto dello spettacolo, dell’ultimo anno. Soggettività nuove che potrebbero contendere il potere in un panorama di caos generalizzato in cui si intravvedono delle crepe, incarnano in nuce le possibilità di una rottura. Gli scenari che si daranno sia in Ucraina che in Palestina rappresenteranno un punto di non ritorno per l’egemonia USA e per tutti quei Paesi che dovranno ritrovare un incasellamento all’interno dello scacchiere globale. Il degrado americano implica l’impossibilità di un’integrazione in un sistema così marcio e, a cascata, l’insoddisfazione e il sospetto per il modello occidentale si diffonde a macchia d’olio, con diversi effetti non per forza immediatamente positivi. La sfiducia, la mancata valorizzazione, l’impoverimento e il declassamento fanno sì che emergano fenomeni alle nostre latitudini di difficile interpretazione, dai forconi, ai Gilet Gialli passando per le proteste no Green Pass, che nell’insoddisfazione nei confronti dell’offerta, sempre più misera, del sistema capitalista si rifugiano in nuove “fedi”, in una conclamata difficoltà a relazionarsi in contesti collettivi, in una difficile capacità di discernimento tra ciò che è vero e ciò che è falso, ma che è il risultato di questa fase. Se da un lato, esprimono, su diversi livelli e diverse forme, un rifiuto per la proposta del capitale e dunque un approfondimento della contraddizione del modello occidentale, oggi rappresentata dal declino del sogno americano, dall’altro lato, non significa che ci si possa aspettare un punto di rottura in termini trasformativi senza pagare uno scotto importante. Che sia una guerra civile o una crisi di nervi il mito americano è sempre più grottesco.

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