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La violenza formativa all’università e non solo

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di Laboratorio Formazione Pisa, originariamente pubblicato sulla rivista Gli Asini

Premessa

Questo articolo è il frutto, in divenire, del Laboratorio Formazione di Pisa, esperienza nata nell’autunno del 2020 riunendo vari collettivi e singolarità con differenti esperienze di lotta, che condividevano l’esigenza di criticare e ripensare la formazione, in tutte le sue sfaccettature.

Abbiamo deciso di affrontare insieme lo stato di “shock” causato dalla pandemia e dalla DaD, e nel farlo sono venute al pettine tante cose, in particolare l’esigenza di ripensare la formazione complessivamente, non solo in alcuni suoi lati: ci siamo resз conto della necessità di andare in profondità in aspetti che vanno dentro e oltre la DaD. Ciò ha significato cambiare prospettiva, interrogarsi sulla formazione in sé, al di là delle singole scuole, università, istituzioni etc. (senza abbandonare quest’altra necessità, ossia di confrontarci e lottare in situazioni concrete).

L’obiettivo è stato dall’inizio quello di comprendere per lottare contro la formazione istituzionale e dominante, di darci una formazione autonoma nostra senza riprodurre quella dominante, consapevoli che questo nodo non può darsi scontato in una dichiarazione di intenti.

Per scrivere questo articolo siamo partitз da noi; abbiamo scritto o fatto audio e video, come primo passo, per riconoscere la violenza che abbiamo subito e dall’altro lato le esperienze trasformative che stiamo vivendo dentro il Laboratorio. Lo abbiamo diviso in due parti, o atti, corrispondenti alle domande che hanno guidato la nostra auto-narrazione, parti che, però, non sono separabili tra loro. Nulla di ciò che è scritto è pianificato a tavolino, in quanto tutto è venuto dalle nostre esperienze (di vita e di lotta), da ciò che abbiamo costruito e da come ci siamo formatз. Non possiamo parlare di formazione senza insieme parlare del nostro Laboratorio come esperienza di critica e di trasformazione della formazione per crearne una nuova, una formazione autonoma.

Nel corso dell’articolo useremo il termine “violenza formativa”; questo uso non è scontato, in quanto non si riferisce solo alla violenza esplicita che si dà nei luoghi e negli ambiti della formazione, ma ha un significato più complesso e trasversale. Nei due atti verrà spiegato. 

Atto I

Per scrivere quest’articolo abbiamo deciso di partire da noi e dalle nostre esperienze nella formazione e non solo, consapevoli del fatto che affrontare ciò che stiamo costruendo con il Laboratorio Formazione in modo puramente astratto sarebbe riduttivo e fuorviante. Proprio perché lo stesso scavare all’interno delle nostre esperienze è stato fondamentale per riconoscere la violenza come motivo comune nella formazione di tuttз noi, quella del nostro vissuto ci pare una prospettiva imprescindibile da restituire a chi per la prima volta sente parlare del nostro percorso. Nella condivisione e discussione di questo ventaglio di esperienze, e della violenza che le ha attraversate, abbiamo ri-conosciuto una chiara manifestazione di alcuni degli obiettivi cardine di disciplinamento del sistema nei suoi più disparati aspetti: la cristallizzazione delle disuguaglianze (di risorse, genere e provenienza), il mantenimento di un ordine basato su autorità e comando, l’incentivazione di forme di competitività estrema.

Se escludiamo la famiglia (primo microcosmo formativo di ognunǝ), è negli ambiti della formazione istituzionale, in particolare nelle scuole dell’infanzia, che avviene la prima esposizione di ogni individuo alla società, il primo impatto con un articolato sistema di relazioni e regole che una volta entrato nelle nostre vite ci portiamo dietro per sempre.

Ed è attraversando (non senza conflitti) questi processi imposti dai contesti di formazione, che formiamo un modo di leggere la società e noi stessз (la società entro di sé e il sé entro la società).  In questo senso, leggere le manifestazioni degli aspetti sopra descritti nei contesti dei nostri percorsi di crescita restituisce con chiarezza come la formazione non sia una questione tra tante ma, invece, sia un ambito strategico ed essenziale perché in essa si vorrebbe plasmare l’individuo secondo gli obiettivi, i modi di vivere, di sentire e di pensare del sistema capitalistico, cercando di farglieli riconoscere come propri. In questo senso intendiamo “violenza formativa”.

Nello scambio sulle nostre esperienze ci siamo riappropriatз e abbiamo riletto i nostri traumi, difetti, inadeguatezze, come sintomi della violenza formativa che vivevamo. Questi sintomi, spesso deleteri per la persona, sono segnali significativi del fatto che il rapporto all’interno della società non è mai solo passivo. La reazione e la resistenza sono presenti nei percorsi di moltз, in molte forme differenti, per quanto spesso “poco nobili”. Le storie che abbiamo condiviso ci restituiscono che anche individualmente non siamo mai esclusivamente vittime che si prestano a subire il sistema passivamente. Dal rifiuto allo studio alle ripetute assenze, dai tentativi più disparati di copiare all’attuazione di comportamenti sfidanti e prevaricatori nei confronti deз docenti, dalle più diverse manifestazioni di frustrazione ed ansia (dagli scatti di rabbia fino ad arrivare all’autolesionismo) alla totale mancanza di collaborazione con compagnз e docenti della propria classe: sono tantissimi i sistemi che ognunǝ attua e ha attuato per rispondere ad una violenza così radicale come quella praticata dal sistema scuola sul percorso di crescita della propria persona. Molto spesso sono strumenti inefficaci, talvolta deleteri per sé stessз e per lз altrз, ma sicuramente generati dal tentativo (più o meno inconsapevole) di rispondere a un profondo conflitto causato dalla collisione tra ciò che vorremmo e ciò che il sistema pretende da noi.

Anche questa stessa riflessione, alla base della nascita del laboratorio, è nata a partire dalle contraddizioni che moltз di noi stavano e stanno vivendo nei loro ambiti di formazione: in primo luogo l’irruzione della DaD nelle nostre vite e come l’abbiamo vissuta e la viviamo. Siamo partitз da questo fenomeno in quanto attuale, ambiguo, pervasivo nelle nostre vite, come shock che ci ha quasi costrettз a pensare, con esso, tutto il mondo della formazione e a interrogarci su essa da un punto di vista complessivo della società.

Abbiamo inteso la DaD come un mezzo che incorpora un fine preciso, la “piattaformizzazione” della vita, ossia la pervasività della tecnologia in ogni ambito della nostra esistenza (svago, cultura, alimentazione, scuola, lavoro, università); a essa è strettamente connessa la pervasività della violenza formativa.

Con l’eliminazione della fisicità del contesto-scuola e lo sfruttamento delle tecnologie già in uso nella nostra quotidianità, le forme di disciplinamento già estremamente pervasive in classe, si esplicitano sfruttando nuovi canali, tentando di allargarsi ad ogni momento della giornata di chi sta intraprendendo un percorso scolastico. Come non c’è più separazione tra lo sfruttamento nelle ore di lavoro e in quelle del tempo libero per mezzo delle possibilità di consumo di prodotti digitali di intrattenimento/ acquisti online/ social network etc., così con la DAD si annulla sempre di più la separazione tra l’ambiente scolastico e il resto della vita, tra le ore di lezione e i momenti di riposo. Apparentemente si è più liberз in quanto non fisicamente vincolatз a un luogo specifico, ma in realtà la tensione rispetto ai conflitti e alle contraddizioni quotidiane vissute nel contesto scolastico si spalma sull’intera giornata. E la resistenza si dà in maniera più dura e radicale. L’abbandono dei percorsi scolastici è in estremo aumento, si accendono le piattaforme e poi si torna a dormire, si fanno tre cose diverse contemporaneamente, nei casi migliori sempre con un orecchio al device, prontз a dissimulare nel momento in cui un richiamo all’attenzione arriva lontano da chissà dove, da chissà chi. Sempre in tensione, sempre in conflitto tra la vita scolastica veicolata dalla tecnologia e il resto dell’esistenza, fisica e concreta.

Ogni spazio e tempo della vita è in questo flusso. Siamo consapevoli che non è un’emergenza data dalla pandemia, ma che i caratteri della violenza che stiamo vivendo erano già presenti prima. Ce ne siamo resз conto condividendo le nostre esperienze differenti per età, contesto, genere e provenienza. La DaD ha semplicemente reso palesi e incontrastabili quelle che abbiamo individuato come due caratteristiche centrali della formazione del nostro sistema, l’omologazione e la manipolazione.

Con la prima intendiamo dominio della parola (con la conseguente atrofizzazione dei linguaggi non verbali e del corpo) e astrazione del sapere (intesa come separazione tra teoria e pratica, usata come mezzo di potere e violenza per organizzare e governare un sistema e una società). L’omologazione, intesa in questi termini, non è altro che la produzione e il mantenimento dentro e a partire dalla formazione di ruoli e gerarchie funzionali al dominio capitalistico: chi insegna sa. Per questo motivo ha un potere (il professore, il maestro, etc.), potere che si giustifica grazie alla separazione tra teoria e pratica e sul fatto che la prima è più importante della seconda e la deve guidare e comandare. È il principio su cui si fonda il lavoro, la politica dei tecnici, l’organizzazione delle scuole e delle università etc. Secondo questi principi, formarsi vorrebbe dire omologarsi, dunque accettare queste gerarchie e questi ruoli, inserendosi in un mondo diviso tra chi sa e chi fa. Ciò non solo in termini di passività, ma anche di riconoscimento e “valorizzazione” dentro la propria vita di questa mentalità. La DaD è un esempio lampante di tutto ciò, nella misura in cui riproduce la distanza reale che nei rapporti di formazione tra studentз e docenti si è sempre data: frontalità, unilateralità delle decisioni, valutazione come unico metro dell’apprendimento, rinuncia a sviluppare insieme l’autonomia di chi si forma, facendolo invece dipendere dalla tecnologia, dai voti, dallз professorз etc.

Tutto ciò ci porta a porci alcune domande, che dovrebbero essere al centro del dibattito quando si parla di DaD. Ci siamo iniziatз a chiedere, da un lato, quanto la DaD riproduca il consumo di informazioni e saperi che già si dà su altri tipi di piattaforme (social, canali streaming), editando e semplificando dei saperi complessi, per renderli “pacchetti” fruibili da persone trasformate in utenti; da un altro, quanto la tecnologia consenta un accesso più inclusivo ai saperi così impacchettati ed elaborati. Ci chiediamo inoltre se e quanto questi processi siano irreversibili e in che rapporto starci senza scadere né in un ottimismo scientista, né in una polverosa nostalgia.

In questo senso, il riconoscimento e la definizione di una seconda caratteristica cardine del sistema formativo, ossia quella che abbiamo chiamiamo “manipolazione”, risulta centrale per comprendere l’ambivalenza generata dall’utilizzo di queste forme di didattica sfruttate in pandemia.

Intendiamo per manipolazione l’uso di una persona, di un ambiente, di una cosa in modo unilaterale e senza consenso. Un atteggiamento manipolatorio si vede sia nei rapporti dentro la formazione (per esempio tra prof. e studentз), sia come ciò a cui la formazione prova a educarci.

Da un lato quindi, con la DaD, alcune forme di manipolazione già esistenti in precedenza si sono esplicitate in una serie di meccanismi di pressione esercitati con sempre più prepotenza da parte delle istituzioni formative sullз studentз (ricatti, punizioni, atteggiamenti denigratori, mancanza di ascolto, imposizioni prive di spiegazione). Dall’altro, al tempo stesso, il sistema formativo (anche in DaD) tende a incentivare in maniera sempre più evidente nellз studentз lo sviluppo e l’esercizio di comportamenti manipolatori nei confronti della realtà che li circonda come prospettiva di affermazione per il futuro (fomentando la competitività, lasciando indietro chi non riesce a stare al passo, premiando chi riesce a tenere il ritmo senza soccombere nonostante le molteplici difficoltà aggiuntive causate dall’isolamento e la solitudine della condizione educativa attuale).

Come già abbiamo detto, le reazioni di insofferenza e resistenza a questo sistema violento sono sempre state estremamente diffuse. Ancor di più a seguito di questi mesi di DaD, segnati per moltз da solitudine e isolamento, non possiamo che leggere il dilagare di manifestazioni di stati di ansia da prestazione, di disturbi psichici, comportamenti autolesionisti tra lз più giovani come sintomi di evidente difficoltà ad affrontare individualmente la propria dirompente incapacità di accettare e adeguarsi alle imposizioni del percorso formativo

Ovviamente, al di là del contesto pandemico, questo sistema è generalmente costruito per soddisfare i fini di una formazione individualista ed arrivista, che non sono i fini di chi viene formato, ma quelli di chi forma e in generale del sistema stesso. Abbiamo più volte chiamato in causa il rapporto docente-studentǝ, in quanto è lì che tutto ciò di cui si è parlato si rende esplicito; ma è evidente che non è tutto riconducibile a questo rapporto: ci sono tantз insegnanti che provano metodi alternativi, dedicando una certa cura al ruolo che svolgono nell’istituzione e che non trascurano i vissuti dellз studentз con cui lavorano (spesso sobbarcandosi le spese in termini di tempo, di carico emotivo e talvolta economico). Ma questo, di per sé, non è sufficiente, in quanto è una risposta individuale, episodica, a problemi complessi e sistemici: lo scopo di questa formazione è, infatti, riprodurre la società; il nostro scopo è combatterla e provare a crearne e riprodurne un’altra collettivamente.

Atto II

Dopo queste considerazioni sulle caratteristiche della violenza formativa abbiamo deciso di tornare al nostro Laboratorio e in generale all’idea di formazione/educazione autonoma. Abbiamo inteso, entro questo ambito, l’astrazione come lavoro in comune di ricerca in cui creare le basi per avere la forza di distruggere la manipolazione. 

Proviamo a spiegarci: abbiamo tentato per prima cosa di rendere espliciti gli obiettivi, i processi, gli strumenti, le relazioni che viviamo, per non subirli più e iniziare a trasformarli. L’obiettivo è di praticare l’educazione autonoma non come una sintesi o un programma, ma come metodo che si dota di momenti di formazione molteplici (discussione, letture condivise, giochi, partecipazione a momenti di organizzazione e lotta) e che si evolve insieme alla realtà in cui siamo immersз. 

Per fare ciò è necessario smettere di concepire l’apprendimento secondo una forma che imita quella della didattica istituzionale; si tratta piuttosto di immaginare nuove forme di apprendimento, di relazioni etc., in modo creativo e non separato dagli obiettivi che ci si pone. In altre parole, la domanda e il bisogno di formazione si sviluppa a partire da necessità materiali in rottura con l’immaginario annichilente in cui siamo immersз. Con l’idea di nichilismo intendiamo lo schiacciamento dell’immaginario e quindi della nostra vita quotidiana sull’esistente. Una formazione autonoma, invece, tenta di costruire ciò che consente di soddisfare dei bisogni e desideri fondamentali nel conflitto con la società e con l’individualismo: non una formazione strumentale, con cui si valorizza l’individuo secondo i fini egoistici indotti della società capitalistica, ma la cura della persona dentro la comunità in cui vive e secondo bisogni, desideri e fini che si riconoscono come condivisi.

Nella nostra esperienza sarebbe stato impossibile costruire questo esperimento senza stare (o essere passatз) dentro i luoghi della formazione ufficiali: infatti formazione autonoma non significa formazione separata dalla società e dalle sue contraddizioni. Anzi, è a partire da queste che abbiamo acquisito strumenti parziali e vissuto delle frustrazioni e violenze che ci stanno permettendo di decostruirle e combatterle. Tutto questo continuando a stare nei luoghi della formazione per esplorare persone, contesti, strumenti e possibilità, consapevoli che conoscenza solo endogena o esogena non esiste, ma ogni processo si dà nella forma dello scambio e del conflitto. 

Formazione è riappropriarsi delle basi e di ciò che avviene dal basso, ma anche capacità di astrarre, vedere intrecci e molteplicità, differenze e uguaglianze, per uscire dall’unicità della nostra esperienza. Rispetto a ciò, è stato importante sperimentare forme di auto narrazione tematiche: questione di genere, esperienze nelle istituzioni formative, quartieri, consumo e tossicità, famiglia, lavoro. In ognuno di questi ambiti, tutti connessi tra loro, siamo partitз dalle nostre esperienze singolari per trovare i problemi e gli aspetti in comune che ci guidassero nel decidere cosa imparare e contro cosa lottare. Questo significa valorizzare l’analisi e la critica a tutti i livelli della formazione (dall’infanzia all’età adulta), ma anche cercare di riconoscere in ogni momento della vita, anche il più insignificante, degli elementi formativi fondamentali: l’informalità è tanto significativa quanto la formalità. 

Le esperienze di formazione che ci diamo e che viviamo insieme sono sempre nell’adesso, trasformano i contesti in cui viviamo e si alimentano degli stimoli e dei bisogni che i contesti ci danno. Il tentativo che stiamo facendo è di una formazione in divenire, in cui gli aspetti esperienziali, assembleari, discorsivi ecc. sono sempre tenuti insieme e fanno parte di un unico processo. Questo per combattere contro uno dei dogmi della formazione a cui siamo abituatз, ossia la separazione tra ciò che diciamo e ciò che facciamo. Sono le esperienze del nostro vissuto e dell’adesso che ci spingono a trovare volta per volta metodi e contenuti formativi adeguati a noi e ai nostri obiettivi.

Stiamo notando sempre di più, nel corso di questa esperienza, che il Laboratorio Formazione non è un ambito specifico, un collettivo, una nuova “vertenza”, ma qualcosa che ci aiuta a comprendere e trasformare ogni aspetto della vita. Il Laboratorio è assemblea ma non solo: è anche tutto il resto che facciamo e come lo facciamo.

Portiamo un esempio concreto di ciò che stiamo provando a dire: poco tempo fa un gruppo di compagnз del Laboratorio ha portato a Prato un grande gazebo al presidio degli operai in sciopero della Textprint.  Montare la tensostruttura in venti persone, che non l’avevano mai fatto e non sapevano come farlo, è stata occasione di sperimentazione e divertimento, dovuta alla consapevolezza di quel momento, significativo sotto molteplici aspetti: sapevamo della potenza e dell’importanza di questa lotta e di volerla sostenere; per farlo abbiamo usato immaginazione per partecipare alla creazione di nuovi spazi per la lotta; questo ha significato avere uno sguardo nuovo, attento al dettaglio e volenteroso di mettersi alla prova grazie alle energie collettive. Abbiamo provato a montare il gazebo, abbiamo sbagliato, smontato tutto e dopo un’ora ricominciato. Invece di abbatterci, questo errore è stata occasione per scherzare e imparare collettivamente, senza rabbia né ansia, grazie alla fiducia collettiva e alla cura reciproca. Siamo riuscitз a farlo perché nel nostro Laboratorio abbiamo provato a riconoscere la prestazione, riconducendola all’individualismo, a decostruire i comportamenti a essa legati. Facendo ciò non intendiamo costruire una procedura alternativa, ma aprire un conflitto con la prestazione che abbiamo dentro e fuori di noi, in modo da poterci criticare e valorizzare a vicenda senza giudizio.

Gli aspetti violenti e tossici della formazione in cui siamo immersi non si possono mai rimuovere in quanto “sbagliati”; si tratta di avere consapevolezza, anche rallentando e fermandosi a riflettere su di sé, dei limiti e delle contraddizioni che viviamo, non per ratificarli e accettarli, ma per aprire una dialettica e un conflitto che producano una reale crescita.

Con l’esempio che abbiamo riportato, vogliamo sottolineare che anche questa, per noi, è stata formazione a tutti gli effetti, tanto quanto discutere per ore di DaD o di università. Questo perché abbiamo imparato a riconoscere e valorizzare gli elementi di crescita in qualsiasi attività quotidiana o straordinaria che attraversiamo, soprattutto nelle relazioni che viviamo nel fare le cose insieme. 

Questa attenzione ai dettagli e alla quotidianità dei rapporti come occasioni di formazione, ci ha spintз anche a interrogarci sul concetto di routine (come abitudine e automatismi) e alla passività che in essa viviamo; la formazione con cui siamo educatз fin da piccolз ci induce a un modo di vivere la nostra vita in modo passivo, subendo quello che ci accade; lo sforzo di valorizzare relazioni ed eventi ordinari, oltre che straordinari, significa invece esserci in quanto attivз, ma in una attività che non coincide con la performatività, che in fondo significa sempre subire e patire (perché in essa si fanno le cose filtrate dal giudizio e dalla valutazione altrui).

Una formazione autonoma, dunque, si crea nella molteplicità degli stimoli, delle esperienze, nelle differenze che si valorizzano (anche nei conflitti); questo significa che conoscere la realtà vuol dire non gerarchizzarla, non ritenere determinati ambiti più importanti degli altri, ma avere una visione organica. La segmentazione e specializzazione degli ambiti è una delle forme di alienazione che la formazione dominante ci impone ed è funzionale al comando e alla valorizzazione individualista; essere capaci di vedere intrecci, “mappare” la realtà per conoscerla con curiosità è, invece, uno dei nostri obiettivi contro la frammentazione che viviamo.

Queste riflessioni e questi racconti di esperienze reali di vita e lotta collettiva acquistano senso in quanto il nostro progetto di formazione autonoma si inserisce in una dimensione complessiva che è quella della vita comunitaria; se la formazione capitalistica si fonda e riproduce la società attuale, una formazione differente deve costruirsi dentro dei rapporti differenti e degli obiettivi differenti, alimentandosene e alimentandoli. Contro l’educazione alla passività e all’obbedienza, la formazione all’autonomia si realizza nella vita partecipativa di relazioni dirette, non mediate e delegate. Conoscere i malesseri della società e della sua formazione, non significa avere un alloro con cui giustificare un agire frustrato e nichilista, ma qualcosa da combattere ascoltandoci e conoscendoci.

L’obiettivo della nostra Formazione è allora creare nuove piattaforme, nuove modalità di agire, nuove forme di pensiero, nuove relazioni comunitarie da condividere e socializzare in un processo di crescita e autonomia che non è separato dal sabotaggio e dalla lotta contro questa società.

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