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Le donne africane e la difesa della terra e dei beni comuni

Due articoli tratti dalla WoMin African Alliance, scritti in occasione della Giornata della Terra (22 aprile) e della Giornata internazionale della biodiversità (22 maggio).

di WoMin African Alliance, da ECOR Network

WoMin è un’alleanza ecofemminista panafricana che lavora a fianco di organizzazioni di donne, contadine e comunità colpite dallo sviluppo estrattivo. Rende visibile e pubblicizza l’impatto dell’estrattivismo sulle donne africane contadine e della classe operaia e sostiene l’organizzazione, la costruzione del movimento e la solidarietà delle donne. Promuove un’alternativa africana post-estrattivista, ecologicamente giusta e incentrata sulle donne, al modello di sviluppo distruttivo dominante.


Le lotte per rendere sicure le forme comunitarie e indigene di possesso della terra in Africa Orientale
di Sostine Namanya

Una riflessione sulle terre comuni

In tutta l’Africa orientale, i diritti territoriali comunali sono sempre più minacciati dal land grabbing e dallo sfruttamento delle risorse naturali presenti nelle terre indigene. Questi accaparramenti di risorse sono in gran parte guidati da grandi multinazionali e governi, spesso senza il consenso libero, preventivo e informato dei custodi di quella terra. La Giornata della Terra del 22 aprile è stata un importante promemoria per rivendicare e rispettare i diritti delle comunità indigene di tutto il mondo che salvaguardano le loro terre e i loro territori nel momento in cui lottano per la sovranità e la liberazione della terra.

Gli investimenti fondiari nelle terre comuni

 Nella regione di Kosiroi, Karamoja in Uganda, la comunità indigena Tepeth è impantanata in una battaglia per la terra comune su cui hanno vissuto per generazioni e che è stata a lungo utilizzata come area di pascolo per i suoi animali. La comunità, che è in gran parte pastora e raccoglitrice, vive qui da prima dell’esistenza dei moderni titoli di proprietà. Si affida ai pascoli e ai corsi d’acqua che scorrono attraverso la sua terra e le sue foreste per il sostentamento quotidiano. Per gli abitanti, il territorio non è solo vitale per la sopravvivenza, ma anche per la loro identità. La comunità è attualmente in fase di negoziazione per l’acquisizione [da parte della TLC Mining Company] di 122 acri di terreno per un impianto di clinker [una componente del cemento] ed è stata compensata con 1,3 miliardi di UGX [circa 325.000 euro in Ugandan shilling, la moneta ugandese].

Tuttavia, le norme patriarcali hanno imposto che le donne fossero escluse dai negoziati per il compenso a favore degli uomini come capofamiglia. La TLC Mining Company è impegnata in negoziati in corso che coinvolgono il Capo dello Stato e solo una donna tra le dieci persone della comunità.
Il progetto minerario proposto avrebbe conseguenze ambientali disastrose in tutta la regione, tra cui l’inquinamento delle fonti d’acqua e la distruzione della copertura vegetale, degli alberi e del suolo. Mentre la comunità ha espresso le proprie preoccupazioni e ha iniziato a organizzarsi per il diritto di dire NO, i suoi sforzi sono stati accolti con intimidazioni e molestie da parte delle élite politiche locali, del governo e delle agenzie della security.

Le cicatrici e le paure degli sgomberi forzati in tutta l’Africa Orientale

Dalla regione petrolifera dell’Albertine in Uganda al popolo Ogiek nella foresta Mau in Kenya fino al Loliondo in Tanzania, le comunità hanno molte cicatrici e paure di sgomberi forzati. Innumerevoli acri di terra comunale sono stati trasformati in titoli di proprietà e di affitto. Nel corso degli anni, i governi di Uganda, Kenya e Tanzania hanno adottato alcune misure per registrare le terre consuetudinarie, ma questi processi sono stati ostacolati dalla forza della corruzione e dell’avidità. Sono le persone che hanno pagato il prezzo più alto, sfrattate dalla terra in cui loro e le loro famiglie hanno vissuto da prima che i confini di queste nazioni fossero ritagliati dalle potenze coloniali nel 1884. Al culmine delle dispute territoriali del 2017 intorno al Tilenga Oil Project, a Buliisa, in Uganda, il governo ha iniziato a rilasciare certificati di proprietà consuetudinaria (Certificates of Customary Ownership, CCO) della terra. Ciò è stato accolto con favore dalla maggior parte delle comunità colpite, che non possono permettersi di acquisire costosi titoli di proprietà fondiaria con costi fino al 90% rispetto ai CCO.

Il processo di rilascio dei CCO si è interrotto quando è emerso che un investitore, Charlotte Marine, aveva già fatto dei sondaggi sulla terra dell’intera sottocontea di Kigwera. Dennis Obbo, portavoce del Ministero delle Terre dell’Uganda, ha dichiarato nell’aprile di quest’anno che “non c’è alcun progresso poiché il processo di mediazione iniziato deve ancora essere concluso“. I procedimenti per il rilascio di 600 CCO in fase di elaborazione sono stati interrotti. Il ministero ugandese afferma di aver finora emesso 78.000 CCO in tutto il paese e riferisce che l’80% degli ugandesi vive su terreni consuetudinari, la maggior parte dei quali è senza alcun documento ed è vulnerabile agli sfratti. Centinaia di migliaia di persone, soprattutto donne e bambini, vivono nei campi per sfollati interni o come bambini di strada nelle aree urbane. Nei villaggi di Kigyayo, Bukinda e Kakopo nel distretto di Kikuube in Uganda, oltre 200.000 persone hanno perso le loro case dopo essere state sfrattate dall’ondata di richieste di terra e di progetti guidati dall’industria petrolifera.

Nella comunità di Ogiek, nel 2022 almeno 700 persone, di cui il 50% donne, sono state cacciate dalla loro terra. Secondo Lucy Claridge, direttrice dell’International Lawyers Project, “avevano forti sospetti che lo sfratto fosse legato ai crediti di carbonio“, nonostante la comunità avesse vinto una causa nel 2017 per fermare i piani del governo di sfrattarli dalla loro terra ancestrale nella foresta Mau. Lo sfratto del giugno 2022 dei membri della comunità Masai da 1.500 chilometri quadrati di terra contesa a Loliondo, in Tanzania, ha attirato l’attenzione dei media e ha scatenato un dibattito sulla sicurezza dell’ordinamento consuetudinario della terra in tutta l’Africa Orientale.

I rapporti mostrano che almeno il 69,1% della superficie totale del Kenya è costituita da terreni comunitarie e che sta affrontando minacce simili. Sebbene le politiche di amministrazione della terra differiscano dalla Tanzania, dove la terra è di proprietà del governo, l’impatto sui diritti delle comunità è minimo poiché gli investitori e gli interessi statali prevalgono quasi sempre sugli interessi dei proprietari terrieri delle comunità indigene. Questi sono esempi di alcune delle sfide associate ai diritti fondiari consuetudinari. Sono anche un segnale del fatto che oltre 250 milioni di abitanti della Comunità dell’Africa orientale (EAC) si trovano su una bomba a orologeria vivendo sulla terra che chiamano la loro terra ancestrale.

Il capitalismo e i sistemi di proprietà fondiaria comune

Al centro di un contesto globale sempre più destabilizzato, intensificato dai paesi del Nord del mondo che competono per il controllo e lo sfruttamento delle materie prime e delle risorse naturali dell’Africa, ci sono gli spettri del colonialismo e dell’economia capitalista. Questi sistemi pericolosi hanno terrorizzato le comunità indigene e mantenuto il loro sottosviluppo in tutta l’Africa, nonostante la loro vasta ricchezza di risorse naturali. I governi, spesso in collusione con le multinazionali ed altri attori, si sono accaparrati le terre comunali in nome dello “sviluppo” e della politica. In tutti questi casi, le comunità si stanno sollevando per sfidare lo status quo, in particolare le donne. A Tepeth, ha detto una donna, “il mancato pagamento delle royalties ai proprietari terrieri tradizionali ha già spinto le donne a interrogare i loro leader tradizionali maschi sulle decisioni che sono state prese senza il contributo della comunità“.

Ci sono molte ONG che lavorano e investono nella questione dei diritti fondiari, concentrandosi sul cambiamento delle politiche e sull’attuazione delle leggi. Eppure queste stesse leggi non sono riuscite a codificare i modi e le pratiche indigene che governano e proteggono le terre comunali – e spesso servono gli interessi coloniali e capitalisti a spese delle persone. “Le buone politiche non sradicano le politiche razziste“, come scrive l’autore Alex Vitale. “Sono insufficiente: indipendentemente dalle intenzioni e dalle azioni di alcuni di questi individui all’interno delle strutture, i sistemi stessi persistono nel perpetuare un’oppressione sistematica“. 


Ubuntu ed altri approcci radicali alla sovranità della terra

È nell’interesse del grande capitale promuovere pratiche di proprietà fondiaria che promuovano l’individualismo rispetto al collettivismo. Mettere al centro il potere dei beni comuni e dei diritti collettivi alla terra, sostenuto dalla filosofia africana dell’Ubuntu (“Io sono perché tu sei”) è un approccio potente per rilanciare e organizzare la difesa dei diritti comunitari sulla terra. Ubuntu incarna la giustizia per l’umanità, la nostra terra e i nostri territori. L’interconnessione della giustizia per gli esseri umani, l’ambiente, gli animali e gli ecosistemi che li sostengono è un primo passo nella lotta per la liberazione collettiva.


Per la WoMin African Alliance, lo slogan “le donne difendono la terra, la vita e la dignità” risuona come un invito all’azione e un dare corpo alla rivendicazione radicale delle terre e dei territori comunali, che metta al centro le donne. Un esempio lampante di ciò viene dalla comunità Sarara nella contea di Samburu, nel nord del Kenya. Come ha raccontato Ruth Okara, una funzionaria di NAMATI Kenya, “A Sarara, le donne anziane tengono i registri di tutte le donne e le giovani donne che hanno vissuto sulla terra e fanno parte della proprietà della terra comunale. Anche quando si sposano o quando un investitore è interessato alla loro terra, le donne partecipano alle consultazioni fondiarie e possono scegliere se acconsentire o meno“.

Possiamo anche trarre ispirazione dalla Sierra Leone, nell’Africa Occidentale, che ha approvato due leggi per rafforzare i diritti dei proprietari terrieri rurali e delle donne. Il Customary Land Rights Act e il Land Commission Act, emanati nel settembre 2022, hanno autorizzato i proprietari terrieri locali a negoziare il valore dei loro terreni con gli investitori e ad impedire che vengano affittati senza il loro previo consenso informato. La lotta per la liberazione della terra africana, così come quella di altre comunità indigene in tutto il mondo, è fondamentale per smantellare il sistema capitalista distruttivo e rapace che governa e inganna. Nella Giornata della Terra, abbiamo onorato il pianeta, gli ecosistemi vitali e la biodiversità che ci nutrono e ci sostengono, mettendo al centro idee e alternative viventi come l’agroecologia e il salvataggio e la conservazione delle sementi locali, insieme alle nostre lotte per la terra e altri beni comuni.

Originale in inglese su WoMin African Alliance.



Noi siamo la natura e la natura è noi

di Eliana N’Zualo

L’Africa ospita una straordinaria biodiversità ed ecosistemi con una vasta gamma di habitat, dalla seconda foresta pluviale più grande del mondo nel bacino del Congo al deserto del Sahara, dalle sue grandi catene montuose ai fiumi e ai mari. Ospita anche un’abbondanza di specie animali, tutte essenziali per il benessere del pianeta e gli sforzi per preservarla non sono mai stati così importanti. La maggior parte di queste aree è stata conservata per secoli grazie alle comunità che le abitano e ne fanno da custodi. Per loro, questi ecosistemi sono una parte centrale della loro identità, per la produzione e la conservazione attraverso sistemi di governance collettiva guidati da usanze e rituali tradizionali. Celebrando la Giornata internazionale della biodiversità e la Giornata dell’Africa [a maggio], dobbiamo continuare a preservare il nostro patrimonio naturale e proteggerci dalla perdita di biodiversità dovuta allo sfruttamento eccessivo, all’insediamento umano e alla crescente crisi climatica.

La progressiva scomparsa della biodiversità a causa delle piantagioni industriali, dell’estrazione mineraria e di altre attività estrattive, nonché dei cambiamenti climatici, ha aggravato l’espropriazione della terra in tutto il continente. Inoltre, l’istituzione di aree protette come riserve naturali, parchi nazionali e, più recentemente, riserve forestali per i mercati del carbonio per “salvare il pianeta” dalla catastrofe climatica, ha significato non solo la perdita di terra e corpi idrici, ma anche, e soprattutto, la perdita di uno stile di vita, di una cultura e di un’identità. Per il popolo Baka della foresta pluviale del Congo, la foresta è una parte essenziale della loro identità, rappresenta la loro cultura, la loro casa e la loro storia come popolo. Michel Zamoutou, un uomo Baka di 74 anni, ha raccontato: “I Baka hanno sempre protetto la foresta. Non distruggiamo gli alberi, prendiamo solo la linfa, la corteccia e le foglie. Non uccidiamo gli animali; tranne quelli che mangiamo“.

L’eredità coloniale della conservazione

Sin dal periodo coloniale, quando le élite imperiali hanno sviluppato un appetito per la “natura selvaggia”, le aree protette sono state istituite come zone libere dall’uomo, attraverso lo sfollamento massiccio e militarizzato delle comunità locali. Allora, come oggi, la conservazione si basava su una separazione tra l’uomo e la natura. Questo è in contrasto con il rapporto armonico che caratterizzava gli stili di vita della maggior parte delle popolazioni indigene. Le comunità africane sono state in grado di mantenere un modo democratico di esistere nella natura, celebrando la vita umana e non umana e riconoscendo la diversità necessaria per un ambiente sano. Anche prima che parole come “conservazione” o “sostenibilità” fossero coniate dalla teoria dello sviluppo tradizionale, i popoli indigeni attraverso le loro esperienze vissute e le loro pratiche hanno compreso l’importanza di un sistema ben integrato per governare tutte le forme di vita, attraverso una continua negoziazione su ciò che è permesso, ciò che è dannoso per la vita e su come queste decisioni vengono prese.

Nell’ambito del Global Tapestry of Alternatives (GTA) – un’iniziativa che cerca di creare reti di solidarietà e alleanze strategiche tra alternative a livello locale, regionale e globale – WoMin ha visitato il Kenya nell’agosto 2023 per l’Assemblea GTA per apprendere e condividere idee, esperienze e visioni a un livello più profondo. Lì, una piccola iniziativa di conservazione ha offerto un assaggio di un nuovo approccio alla conservazione guidato dai principi della proprietà comune della terra. La II Ngwesi Community Conservancy, pur non possedendo tutte le soluzioni, presenta un potenziale modello di transizione che incarna un approccio più democratico agli sforzi di conservazione, incorporando pratiche di gestione indigena africana.

Il caso di II Ngwesi Community Conservancy

II Ngwesi è la prima riserva guidata dalla comunità in Africa, fondata nel 1995 in Kenya. La riserva è di proprietà di una comunità di pastori Masai, ed è per lo più semi-arida e arida, con una ricca fauna selvatica tra cui rinoceronti, elefanti, zebre e molti uccelli, tra gli altri animali. L’area protetta di 16.500 ettari è divisa in blocchi, dove alcuni blocchi sono destinati all’abitazione, altri blocchi ospitano solo fauna selvatica, ci sono blocchi riservati al pascolo e ci sono anche blocchi riservati al turismo. La terra è di proprietà comunale e tramandata di generazione in generazione. È amministrata da un consiglio di gestione che risponde all’Assemblea, in rappresentanza di sette villaggi. È l’Assemblea che prende le decisioni per il benessere di tutti gli esseri viventi nella terra.

Ai vecchi tempi, non c’era la conservazione. Prima delle politiche governative, tutti gli animali erano cibo. Alcuni animali, come gli elefanti, erano ostili e la comunità li uccideva e li mangiava. Ma ora abbiamo imparato a convivere con quegli animali” – dice un membro della comunità locale.

Fin dalla sua nascita, Il Ngwesi Community Conservancy è stato in grado di costruire scuole, ospedali e portare l’acqua a tutti e 7 i villaggi. Questo sforzo non è stato privo di sfide: in passato si sono verificati conflitti con le comunità vicine a causa delle risorse limitate (terra per il pascolo e corpi idrici nei periodi di siccità) e la partecipazione delle donne è limitata, anche se in miglioramento. Sebbene questa riserva guidata dalla comunità faccia ancora molto affidamento sui proventi del turismo provenienti principalmente dalle élite europee e americane, ha al suo centro il principio dell’interconnessione della vita umana e non umana che sfida i confini coloniali tra uomo e natura. La sua struttura di governance è quella che consente un dialogo continuo per il processo decisionale collettivo, in linea con il patrimonio socio-culturale Masai.

Un approccio ecofemminista africano alla conservazione

Da un punto di vista ecofemminista africano, II Ngwesi Community Conservancy rappresenta una discontinuità della tradizione coloniale di espropriazione della terra ed estrattivismo, che spesso dà priorità al profitto, allo sfruttamento e alla cancellazione delle culture. Sottolinea l’importanza sia della conservazione dell’ambiente che della giustizia sociale. Non possiamo proteggere gli ecosistemi e la fauna selvatica senza affrontare le cause profonde del degrado ambientale: il capitalismo, il colonialismo e il patriarcato, né senza proteggere i legittimi custodi dei territori che pretendiamo di preservare.

In questa Giornata dell’Africa, riconosciamo la conoscenza ecologica tradizionale delle donne e delle comunità indigene. Il loro stile di vita è un invito alla gestione ambientale che riconosce il nostro legame intrinseco con gli ecosistemi che ci sostengono. Che si tratti dei Baka in Congo o dei Masai in Kenya, le comunità indigene capiscono che non siamo separati dalla natura ma ne siamo parte integrante e che il nostro rapporto dovrebbe essere guidato da principi di rispetto, protezione del nostro patrimonio naturale e garanzia di un pianeta sano per le generazioni a venire.
Originale in inglese su WoMin African Alliance.


Immagini:

1) Gli sfrattati presso l’ufficio distrettuale RDC – Kikuube, Uganda.

2) Il lavoro delle donne unisce le generazioni.
3) Eliana Nzualo. Elefanti della Ii Ngwesi Community Conservancy, Kenya.

4) Donne Masai del II Ngwesi Community Conservancy, Kenya. GTA/WoMin.

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