InfoAut
Immagine di copertina per il post

Fermate il “serpente nero”. I Sioux Lakota dichiarano guerra alla Keystone XL pipeline

Il Final Supplemental Environmental Impact Statementfor per la lunghissima Keystone XL pipeline (che attraversando gli Usa da nord a sud dovrebbe trasportare il petrolio delle sabbie bituminose canadesi dell’Alberta fino alle raffinerie del Texas sulla costa del Golfo del Messico) sta sollevando molte perplessità, e ha scatenato quasi 300 vegli di protesta alle quali si sono aggiunte le voci di un gruppo di comunità di nativi americani hanno aggiunto le loro voci a chi si oppone al Keystone XL.

Nella dichiarazione congiunta “No Keystone XL Pipeline Will Cross Lakota Lands”, Honor the Earth, Oglala Sioux Nation, Owe Aku e Protect the Sacred annunciano la loro lotta non violenta all’oleodotto che passerebbe attraverso Montana, South Dakota, e Nebraska, quello che i pellerossa chiamano “Black snake”, serpente nero. I Lakota sono uno di tre gruppi sioux insieme ai Dakota/Santee e ai Yankton- Yanktonay ed è singolare che sioux in algonchino/chippewa fosse un termine dispregiativo traducibile in “meno che serpente”, mentre gli irochesi per i chippewa erano “vipera intera”, ora un serpente ben più grande fa paura ai bellicosi Lakota diventati pacifici. Il Keystone XL non attraverserà direttamente la riserva Lakota, ma passerà a pochi metri dal suo confine e taglierà in due il loro “historic treaty territory”, luoghi sacri e le vie d’acqua principali. La Nazione Lakota si sta preparando da anni a combattere il “serpente nero” ed ha messo in piedi il progetto “Shielding the People” per fermare la pipeline. Anche il Moccasins on the Ground program sta conducendo da due anni corsi di formazione per l’azione nonviolenta diretta nelle le comunità indigene che vivono  lungo il percorso dell’oleodotto.

Nel marzo 2012, gruppi di nativi americani della Riserva di Pine Ridge, in South Dakota, hanno bloccato i camion che trasportavano parti della Keystone XL attraverso la loro terra e nell’agosto 2013 pellerossa dei Nez Perce (Nasi Forati) hanno bloccato la Idaho Highway 12 che porta ai giacimenti di sabbie bituminose dell’Alberta, per impedire ai camion di trasportare attrezzature minerarie, alla fine i Nez Perce hanno vinto la battaglia legale per impedire il traffico di camion delle tar sands nelle loro terre.

Ci sono piani per realizzare “campi spirituali” lungo tutto il tracciato del “serpente nero” ed anche i gruppi di nativi americani canadesi si stanno mobilitando per opporsi alla costruzione dell’oleodotto e per impedire un’ulteriore espansione delle miniere a cielo aperto delle sabbie bituminose che stanno devastando le loro terre ed i loro servizi eco-sistemici. Per rispondere al primo ministro liberista ed eco-scettico canadese, Stephen Harper, che vuole incrementare fortemente l’estrazione di combustibili fossili nella Native lands, le First Nation/ Premières nations, come vengono chiamati in Canada i popoli indigeni non inuit, si sono unite nel movimento Idle No More ed hanno organizzato flash mob round dances e blocchi stradali e chiesto al governo di proteggere terra ed acqua.

Ora la dichiarazione congiunta di Honor the Earth, Oglala Sioux Nation, Owe Aku e Protect the Sacred  si rivolge direttamente al presidente statunitense Barak Obama: «La Oglala Lakota Nation ha assunto la leadership dicendo” NO” alla Keystone XL Pipeline. Ha fatto ciò che è giusto per la terra, per il suo popolo, dato che, organizzatori di base come Owe Aku e Protect the Sacred hanno invitato i loro leader ad alzarsi in piedi e proteggere le loro terre sacre. E hanno detto: il KXL  non deve attraversare loro treaty territory, che si estende oltre i confini della Riserva. I loro cavalli sono pronti. Così come lo sono nostri. Noi siamo con la Nazione Lakota, siamo al loro fianco per proteggere l’acqua sacra, stiamo con loro perché gli stili di vita indigeni  basati sulla terra  non siano danneggiati da un oleodotto nocivo e tossico. Dobbiamo tutti stare con loro».

La dichiarazione ricorda che il  27 gennaio, il Dipartimento di Stato ha reso pubblica la sua dichiarazione d’impatto ambientale sulla Keystone XL Pipeline e che Obama ha detto che non approverà l’oleodotto se aumenta le emissioni di carbonio, ma denuncia che «Il rapporto è stato redatto in coordinamento con i consulenti che hanno lavorato per TransCanada, l’azienda che cerca di costruire l’oleodotto. Jack Gerard, il capo della American Petroleum Institute, è stato informato da “fonti interne all’amministrazione” sui tempi e il contenuto del rapporto prima della sua uscita ed è stato lieto di dire che non avrà un impatto sull’ambiente».

Ma i Lakota ed i loro alleati non mollano: «Come Native Nations, siamo pronti a proteggere le nostre patrie da  questo oleodotto e dobbiamo consolidare il nostro sostegno a organizzazioni come Owe Aku e Protect the Sacred, che sono le organizzazioni sul territorio della Nazione Lakota. Dobbiamo fare pressione su  Barack Obama perché riconosca che: 1) La Nazione Lakota – un organismo governativo sovrano – ha unito il suo governo e le sue organizzazioni di base contro la pipeline e gli Stati Uniti devono onorare i diritti del  trattato dicendo no alla pipeline. 2) C’è un diretto conflitto di interessi nel rapporto pubblicato dal Dipartimento di Stato: il procedimento si è interrotto ed è necessario un nuovo rapporto che rifletta il vero impatto ambientale. 3) Questo oleodotto, infatti, aumenterà le emissioni di carbonio e provocherà gravi e irreversibili danni ambientali a livello globale. Questo gasdotto potrebbe arrecare un danno ambientale diretto – e mettere a rischio il benessere di tutti coloro che vivono in stretto rapporto con l’Oglala Aquifer.  4) Riconoscendo la nostra responsabilità di proteggere la Madre Terra, i popoli indigeni non permetteranno che questo oleodotto attraversi le nostre aree del Trattato. Noi difenderemo la nostra vita e la nostra Madre Terra, e abbiamo bisogno che Barack Obama faccia lo stesso».

Le organizzazioni pellerossa ricordano le veglie di protesta organizzate in tutti gli Usa da 350.org, Oil Change International, Sierra Club ed altre associazioni, «Dove la notte si accende con la nostra volontà di continuare a combattere» e concludono: «Dobbiamo dimostrare ai media, alle Big Oil ed al Presidente che noi, che i popoli indigeni (soprattutto della Great Sioux Nation), l’intero stato del Nebraska e le decine di migliaia di cittadini americani che hanno firmato per mettere i loro corpi in prima linea, utilizzando la disobbedienza civile non violenta di in ognuno del lower 48  Stati e in Alaska, la First Nations e i loro alleati in Canada, sono mobilitati e senza paura».

Fonte: greenreport.it

Ti è piaciuto questo articolo? Infoaut è un network indipendente che si basa sul lavoro volontario e militante di molte persone. Puoi darci una mano diffondendo i nostri articoli, approfondimenti e reportage ad un pubblico il più vasto possibile e supportarci iscrivendoti al nostro canale telegram, o seguendo le nostre pagine social di facebook, instagram e youtube.

pubblicato il in Conflitti Globalidi redazioneTag correlati:

petrolio

Articoli correlati

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Bolivia: il governo di Paz crolla, El Alto conferma le proteste mentre i ministri si dimettono e cresce la preoccupazione per lo stato d’emergenza

La crisi politica che attraversa la Bolivia è entrata in una nuova fase di aggravamento dopo che un’affollata assemblea a El Alto ha deciso di approfondire le misure della protesta, di mantenere i blocchi e di chiedere la rinuncia dei funzionari del governo di Rodrigo Paz.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Sardegna: proteste agli aeroporti contro la presenza di turisti israeliani, compresi soldati e riservisti

Dal 28 maggio tre voli ogni settimana da Tel Aviv atterrano a Cagliari ed Alghero, trasportando decine di famiglie che alloggeranno poi in vari resort nella zona meridionale della Sardegna.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Governo libanese e Israele trovano accordo sul cessate il fuoco ma i combattimenti proseguono

Nella notte arriva la notizia di un accordo di cessate il fuoco trovato tra le parti chiamate in causa dal Dipartimento di Stato Americano, quindi Israele e il governo libanese, ad esclusione di altri soggetti presenti sul territorio, come l’organizzazione della resistenza Hezbollah. 

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Prolungata la detenzione per gli attivisti del Global sumud land convoy

Il tribunale libico della Cirenaica ha comunicato oggi che gli attivisti arrestati nei giorni scorsi rimarranno in carcere fino a data da destinarsi.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Pontedera: migliaia di persone in corteo contro la costruzione di una nuova base militare

Ripubblichiamo la corrispondenza dal corteo no base tenutosi a Pontedera in provincia di Pisa il 2 giugno 2026 tratta da Radio Onda d’Urto.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

La guerra che trasforma

Condividiamo il testo di presentazione del laboratorio politico a cura di Glomeda.org che si terrà sabato 6 giugno presso lo Spazio Autogestito Grizzly, Fano

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Libano: si intensificano i bombardamenti da parte di Israele

Il Libano è nuovamente al centro degli attacchi da parte dell’esercito israeliano.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

BLOCCATO L’HUB LOGISTICO MILANO – PIOLTELLO

CONTRO LA GUERRA, PER LA PALESTINA E I DIRITTI DEI LAVORATORI! Oggi, in occasione dello sciopero generale siamo di nuovo alle porte di Logtainer e DSV a Pioltello, in provincia di Milano. L’hub è bloccato, i camion fermi, la macchina logistica che alimenta il genocidio in Palestina si inceppa, ancora una volta, per nostra mano, […]

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Global Sumud Land Convoy: aggiornamenti su Dina e Domenico fermati in Libia

Il Console Generale d’Italia a Bengasi ha compiuto ieri sera una prima visita a Domenico Centrone e Leonarda Alberizia. Sette italiani sono stati rimpatriati mentre Dina e Domenico sono ancora fermati in Libia, dopo diversi giorni passati senza notizie ieri sera c’è stato un primo contatto che riporta di averli visti in condizioni buone ma di aver richiesto di migliorarne la situazione.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Stallo e guadagno: nuovi attacchi israeliani in Libano e un cessate il fuoco a rischio 

Come ormai è noto nella strategia – se così si vuol chiamare – di Trump mentre vengono intavolati incontri negoziali si aumenta la tensione sul campo. 

Immagine di copertina per il post
Editoriali

Autonomia energetica, sicurezza energetica: tutte favole

In questi giorni Meloni è volata in Algeria per definire nuovi accordi nuovi con Tebboune per aumentare l’importazione di gas dopo lo stop di gnl dal Qatar.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Cronaca di un attacco al Venezuela, un paese scisso fino allo sconcerto

Sono circa le tre del mattino di sabato 3 gennaio quando gli abitanti di Caracas si svegliano con un botto spaventoso: bombe e missili cadono su diversi punti della città.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Corollario globale all’attacco in Venezuela

Dopo il rapimento in grande stile del Presidente del Venezuela Nicolas Maduro si sono scatenate molte reazioni a livello globale

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Trump all’attacco dell’America Latina con la scusa della “guerra alla droga”

La tensione nei Caraibi ed in America Latina si fa sempre più alta. Alcune note per comprendere quanto sta succedendo.

Immagine di copertina per il post
Crisi Climatica

Costruendo un ponte verso il caos climatico

La 28a Conferenza delle Parti (COP28) delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC) è iniziata ieri a Dubai, non proprio sotto i migliori auspici.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Distruttori del Pianeta: come i piani di estrazione di petrolio e gas di 20 paesi rischiano di bloccarci nel caos climatico

Questo nuovo rapporto, intitolato “Distruttori del Pianeta: come i piani di estrazione di petrolio e gas di 20 paesi rischiano di bloccarci nel caos climatico”, viene pubblicato pochi giorni prima del vertice del Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres, “Climate Ambition Summit”, a New York, dove più di 10.000 persone marceranno per protestare contro l’inazione verso i combustibili fossili.

Immagine di copertina per il post
Crisi Climatica

Ecuador: un referendum ferma l’estrazione di petrolio nella foresta amazzonica

Si stima che in un solo ettaro del parco Yasunì ci siano più specie animali che in tutta l’Europa e più specie vegetali che in tutto il Nord America.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

In Perù le comunità indigene sequestrano due petroliere per far sentire la propria voce

Il 7 giugno nella regione amazzonica del Perù un gruppo di indigeni a bordo di canoe ha assaltato e sequestrato due navi petrolifere appartenenti alla Petro Tal, nota azienda petrolifera attiva in Amazzonia.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Colombia: Contadini liberano 78 poliziotti e 6 dipendenti della multinazionale petrolifera Emerald Energy

Il presidente Gustavo Petro ha informato che contadini e indigeni che hanno protestato contro l’impresa petrolifera Emerald Energy nel sudest della Colombia, ieri hanno liberato i 78 poliziotti e i sei dipendenti dell’impresa multinazionale che avevano bloccato l’altro ieri per più di 30 ore.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Argentina: Oceanazo nella capitale contro l’estrattivismo delle imprese petrolifere

Questo 4 febbraio è stato realizzato l’ #oceanazo, un’azione globale a difesa dei mari e degli oceani. In tutto il mondo si ripete il modello ecocida delle industrie petrolifere come Shell, Repsol, Wintershall o Equinor e, negli ultimi giorni, è avvenuto un disastro nelle coste devaste di Perú, Ecuador, Tailandia, Brasile, Messico, e la lista […]