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Dalla Sicilia verso il referendum NoTriv

Il 17 aprile 2016 si terrà in Italia il referendum abrogativo delle nuove norme governative sulle concessioni esplorative petrolifere per le trivellazioni nei nostri mari. Ad essere sottoposto a referendum sarà la norma, inclusa in un emendamento alla Legge di Stabilità 2016, che cancella i limiti temporali alle stesse concessioni per i giacimenti posti entro le 12 miglia marittime: dal limite di 40-45 anni si passerebbe, appunto, al limite “naturale” dei giacimenti, cioè all’esaurimento degli stessi. Si voterà dunque per l’eventuale abrogazione proprio di questa norma. Un’eventuale vittoria del “Si” comporterebbe, dunque, il ripristino del limite temporale precedente con la conseguenza che, alla scadenza prevista mediamente tra i 5 e i 10 anni per le attuali trivellazioni, queste non potranno essere prorogate.

Attualmente, su tutto il territorio italiano, sono 66 i giacimenti di petrolio o gas attivi; di questi solo 21 sono installati entro le 12 miglia e quindi legati alle sorti del referendum. Molti di questi, inoltre, sono direttamente o indirettamente controllati da Eni. Ovviamente non stiamo qui considerando le trivellazioni su terraferma molto presenti in regioni quali Basilicata e Sicilia.

Se certamente – e appare palese – la campagna referendaria assume un carattere strutturalmente “ideologico” (non in grado, cioè, di mettere complessivamente in discussione l’intera economia estrattiva) non si può però non notare come questa assuma comunque oggi un significato particolare e specifico in un contesto politico, quello italiano, che potrebbe vacillare attorno a diverse contraddizioni che questo 17 aprile sta aprendo.

In discussione c’è, infatti, molto più che la singola vertenza territoriale; o la solitaria difesa di un singolo territorio; o la sola, seppur importante, questione ambientale: posta in gioca diventa la più generale dipendenza del sistema politico-economico italiano dal paradigma economico estrattivo, cioè dai profitti (diretti e indiretti) generati dall’economia del petrolio; che, però, nel frattempo, cambia in relazioni alle situazioni geopolitiche internazionali costringendoci così ad una serie di ragionamenti politici e sociali urgenti. Partiamo da un’ovvietà: al governo di Matteo Renzi questo referendum non piace affatto. Probabilmente ne hanno, tra le fila del Pd, proprio paura. Questo perché a rischio ci sono sia importanti introiti sia la credibilità di un sistema politico che si è fatto garante, per il grande capitale, della indiscutibilità del paradigma “sviluppista” fatto di “grandi opere” ad alta intensità di profitto e condito dalle retoriche sulle “occasioni di crescita per tutto il paese”. Nonostante questo venga scalfito di tanto in tanto dallo scoppio di casi come quello recente di “Tempa rossa” in Basilicata: tangenti, smaltimento di rifiuti tossici, emissioni ben oltre il limite tutto sotto l’occhio favorevole del ministro Guidi, del ministro Boschi, dello stesso Renzi. Non è, ugualmente casuale la strategia messa in campo, negli ultimi mesi dal primo ministro; egli, dal momento in cui è apparso chiaro che i “numeri” (i Consigli Regionali) per l’indizione del referendum si sarebbero raggiunti, ha di recente provato a cambiare le carte in tavola. Dapprima ha accolto una serie di emendamenti alla Legge di Stabilità utili a far decadere anticipatamente alcuni potenziali quesiti referendari: viene in questa fase accolta l’assoluta intoccabilità della legge che imponeva le 12 miglia di distanza dalle coste. Con questa mossa, il Premier, sperava di far cadere alcune delle argomentazioni dei vari comitati di opposizione in tanto formatisi su tanti territori del centro e del sud del paese, garantendo, d’altro canto, gli impegni presi con le grandi multinazionali del petrolio.

A questo primo tentativo, eccone subito seguirne un altro: alla scelta della Corte Costituzionale di accettare il referendum su un unico quesito (non più su sei come inizialmente richiesto) il governo risponde con l’indizione della sessione referendaria per il 17 aprile, un mese prima della tornata elettorale sulle amministrative di tantissime città italiane. Nonostante le proteste dei vari comitati, l’esecutivo ha scelto dunque per un’indizione solitaria dai costi esorbitanti (circa 300milioni si sarebbero risparmiati accorpando le due votazioni) affinché una simile convergenza non facilitasse il raggiungimento del quorum necessario al referendum abrogativo. Puro politicismo. Il referendum è così indetto per il 17 aprile; si preparano e iniziano a mobilitarsi gli schieramenti: da una lato i comitati (di cui parleremo dopo), dall’altro gli interessi capitalistici legati all’economia de petrolio. Proprio all’economia del petrolio non possiamo evitare di porgere lo sguardo. Siamo in un periodo in cui il prezzo al barile è il più basso mai visto negli ultimi decenni e solo da giugno 2014 il prezzo è calato del 65%. Ovviamente come spesso (sempre) accade, nonostante il periodo di crisi economica costringa le persone a rivedere i propri piani di spesa a causa della difficoltà ad arrivare a fine mese, per la grande finanza la questione gira attorno alla necessità di far crescere la domanda per far tornare i prezzi del petrolio al vecchio splendore. Siamo, dunque, all’ennesimo paradosso capitalista. Continuare ad imporre un modello di sviluppo nocivo, devastante e, soprattutto, sempre più anacronistico a cosa dovrebbe servire? Resteremo comunque grandi importatori visto che non possiamo dipendere solo da queste estrazioni – la cosiddetta “bilancia dei pagamenti” vede, infatti, le estrazioni attive in Italia coprire non più dell’1% del fabbisogno nazionale rendendoci già adesso un paese d’importazione che non considera nemmeno la possibilità di sostituire questa irrisoria percentuale con le rinnovabili – e quindi potrebbe sembrare un semplice permesso ai grandi del petrolio che, con il Governo fanno affari, di accaparrarsi quello che resta sotto i nostri fondali. Il governo Italiano praticamente lo regala, alle aziende che lo estraggono, chiedendo solo il 7% del valore del petrolio estratto ma solo dopo l’estrazione di 50.000 tonnellate di petrolio. Un affare. Anche perché quando è nata la necessita di intensificare il piano di estrazioni in mare di petrolio il prezzo di questo era ancora molto alto e faceva e fa ancora adesso gola a molti.

Il nostro punto di vista è, ovviamente, condizionato dall’aver visto, sul nostro territorio, la Sicilia, una enorme concentrazione di nocività dovute proprio a questo modello di sviluppo. L’isola conta infatti ben 5 giacimenti in terra e ben 7 trivellazioni attualmente attive molto vicino alle coste. In Sicilia si produce più del 15% dell’intera produzione nazionale; le multinazionali guadagnano annualmente dalla produzione di oro nero più di 300milioni di euro a fronte del pagamento di royalites per circa 420-500mila euro l’anno versati alle istituzioni regionali. Inquinamento a prezzo stracciato, insomma. E se non regge l’argomentazione a favore dell’estrazione sul piano economico-fiscale, non regge neppure quella legata al tema della difesa dei posti di lavoro. Pensiamo a Gela: dopo aver limitato grossolanamente il piano di investimenti per la raffineria presente sul territorio da 50anni, sta pensando bene di investire in un megaporto nel mediterraneo, strategico per il commercio di gas, da inserire nella rete di comunicazioni europea e nazionale. Quale destino, allora, spetta alla raffineria? E’ notizia recente che è pronto un piano di riconversione in raffineria green. Sotto questo specchietto per le allodole che utilizza l’Eni per far credere che tutto cambierà il realtà si nasconde semplicemente una modifica degli impianti necessaria all’azienda per produrre un “bio carburante” che altrimenti dovrebbe acquistare da altri. Sempre che le dichiarazioni abbiano risvolti pratici, simili retoriche sono comunque costantemente accompagnate (ormai da anni) dalle continue minacce di ridimensionamento della mano d’opera utilizzata in loco.

Casi del genere favoriscono però una presa di coscienza sociale sul fatto che la tendenza, delle grandi lobby del petrolio e del gas, “uso-distruggo”, vada fermata prima che sia troppo tardi. Sono troppi gli impianti sparsi per tutto il territorio nazionale che rischiano di diventare monumenti alla distruzione. Con lo SbloccaItalia e una serie di nuove concessioni – tipo quelle alla “Tempa rossa”e alla Total del fidanzato del ministro Guidi – forse ci si è resi conto che si stava per toccare il fondo o che il fondo stava già per essere trivellato a colpi di indecenza e totale noncuranza della vita delle persone e della reale crescita del paese. A completare il quadro ecco l’uscita (molto recente) di un’inchiesta dell’ISPRA (Istituto superiore per la Protezione e la ricerca ambientale) che racconta dell’immissione di ben cinquecentomila metri cubi di acque contaminate da rifiuti (prodotti proprio dall’attività estrattiva) all’interno di un pozzo a largo di Pozzallo dopo le trivellazioni effettuate da Edison. I comitati nati in numerose regioni italiane, con l’obiettivo di convincere la popolazione ad andare a votare si al referendum, sono espressione del rifiuto verso tutto questo. Nati soprattutto nei territori in cui la lotta alle trivelle non nasce oggi, ma è già da tempo un percorso di critica e opposizione all’imposizione con la forza di un modello di sviluppo nocivo. Banchetti informativi, iniziative, cortei, assemblee, hanno già segnato il passo delle comunità che portano avanti un processo di controinformazione, sensibilizzazione, discussione dibattito. Rispetto a questo scenario non possiamo non prestare particolare attenzione alla Sicilia, che sarà tra le regioni più interessate e minacciate dai piani di lobby del petrolio e governi. E soprattutto perché in risposta a questo è già partita la mobilitazione e nati comitati, collettivi che lavorano per abbattere il velo del silenzio mainstream sulla questione. Siciliani che hanno attraversato e vissuto i momenti di mobilitazione che hanno espresso con forza il rifiuto nei confronti delle trivelle, del modello “Sicilia pattumiera d’Italia” e delle politiche di asservimento a piani economici e guerrafondai che con la forza stanno cercano di imporci. La lotta contro la costruzione dell’inceneritore della Valle del Mela, contro le basi militari americane e il MUOS, contro i paventati licenziamenti al petrolchimico (Eni) di Gela, il corteo proprio contro le trivelle a Licata, sono un esempio. E’ quanto mai evidente, dunque, che il sentimento del “si” contro le trivelle va oltre la scadenza elettorale in sè, ma diventa progettualità politica di un movimento che sente distanti e sorde le istituzioni, e rivendica la necessità di decidere della propria vita e del destino del proprio territorio senza demandare ad altri o a coloro che degli interessi e dei bisogni reali delle persone non ne hanno mai fatto programma politico.

Sappiamo perfettamente che l’affluenza alle urne sarà drogata in quelle regioni in cui il problema delle trivellazioni non è sentito perché non si presenta fattivamente. Sappiamo che il sabotaggio del referendum da parte dei media acuirà ancor di più il problema dell’affluenza. Siamo anche consapevoli che il risultato delle urne non rappresenterà un punto di arrivo perché chi in questi mesi è sceso in piazza. L’obiettivo dovrà essere quello di avere la capacità di sedimentare pratiche di opposizione, e la campagna referendaria è lo strumento che attorno all’identificazione dell’obiettivo deve riuscire a creare immediatamente la polarizzazione che serve per la costruzione di una soggettività-contro, che continuerà ad urlare, bloccare e manifestare a prescindere dal risultato referendario. Questo referendum da la possibilità a chi oggi lotta contro lo sfruttamento delle risorse e delle vite di far valere, tramite un strumento “democraticamente” riconosciutoci, la propria posizione. Una posizione, un punto di vista che, dovrà risuonare nei meandri dei palazzi istituzionali fino a quando la battaglia NoTriv non sarà vinta. Fino a quando non diventerà una lotta che riuscirà a mettere a critica in maniera incisiva il modello di sviluppo che attraverso la maschera del paradigma del lavoro sfrutta senza ritegno e accumula ricchezze guadagnando sulle nostre disgrazie. Rivendicare, chiedere, pretendere autodeterminazione, affinché si possano scardinate le logiche di potere vigenti, il comando capitalistico e le sue cinghie di trasmissione, per dare spazio ad una valorizzazione dei territori che metta al centro chi i territori li vive, per decidere dal basso come deve cambiare il nostro presente e come sarà il nostro futuro.

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