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Il sogno grillino in pezzi, si aprono spazi per NOi?

Le angosce della giunta grillina di Roma portano con loro una serie di riflessioni. Non è interessante qui giocare a chi l’aveva detto prima, a chi ancora non ci crede, a chi sottolinea le contraddizioni o le ambivalenze che caratterizzavano sin dagli albori i CinqueStelle: conta vedere qui e ora che possibilità di movimento apre la vicenda romana, in una situazione concreta e precisa come quella attuale.

Il crollo della fiducia verso una presunta “diversità” dell’opzione pentastellata può aprire praterie da incendiare alle lotte sociali, soprattutto sul crinale legalità/legittimità che ha costituito finora il nucleo duro dell’ideologia grillina. E aldilà di quello che sarà l’esito del percorso di governo della Capitale, ad essere irrimediabilmente danneggiato è l’apparato simbolico che ha accompagnato la scalata al successo dei grillini.

L’attesa messianica della “politica pulita”, in cui l’adesione a regole comportamentali (scritte da altri e per altri interessi) è più importante dall’analisi del contenuto concreto di quelle regole, si inabissa insieme alla giunta Raggi e dovrà essere cavalcata il più possibile sperando che porti insieme a sé nella fossa gli ultimi effetti di quella terribile ondata di giustizialismo forcaiolo che è il peggior lascito dell’eredità di Berlusconi: l’antiberlusconismo militante, che nel mito dell’onestà chiudeva gli occhi sulle politiche omicide di deregulation e messa a profitto del lavoro, dei territori, delle scuole.

La prima cosa da sottolineare a questo punto è che non si danno forme di recupero dell’elettorato tradito dalla pantomima capitolina a cinque stelle: non si danno certo nel PD dove ogni passerella di Renzi, Boschi e sodali vari è contestata fortemente a testimonianza della distanza siderale che c’è tra il governo e un corpo sociale sempre più intollerante al renzismo e al suo disprezzo per la realtà dei non-garantiti.

Non si danno nemmeno in una destra frammentata, dove Salvini è sempre più invischiato in una retorica che non sfonda oltre una certa percentuale di consenso e dove il progetto di rigenerazione di Forza Italia lanciata da Parisi più che con la bellicosità interna degli ex caporali berlusconiani sembra scontrarsi con la sua inutilità sistemica: a che serve un nuovo partito di destra “moderata” quando c’è il Partito Democratico?

La questione grillina sembra insomma aver spazzato via una delle ultime forme di recupero della fiducia tra istituzioni e corpo elettorale. Su questa leva la costruzione del NO sociale può giocare un ruolo forte, sempre nell’ottica di immaginare il NO al referendum non come obiettivo strategico o come punto d’arrivo di un percorso, ma come momento di emersione forte di una sfiducia dal basso, che rifiuti in toto un sistema di governo e con questo anche le opzioni di una sua “buona gestione”.

Ciò ha senso solo se questa sfiducia viene sviluppata poi ogni giorno nei territori, tra un picchetto davanti a una fabbrica, un corteo studentesco, una riappropriazione a scopo abitativo. Dare carne al No è così anche la pratica quotidiana di alzare il costo sociale dei soggetti colpiti dalla crisi, approfittando dello iato tra le promesse che i governi mettono in campo sia a livello nazionale che locale.

Sul piano nazionale la contraddizione che si apre è quella tra un Renzi reduce dall’apertura della campagna elettorale permanente (che guarderà alle elezioni del 2018 oltre che alla questione referendaria) e una realtà dove tra patti di stabilità, situazione del comparto finanziario e pressioni delle imprese è sempre più probabile una nuova Legge di Stabilità da lacrime e sangue.

Uno scenario che vede il governo obbligato a concedere qualche briciola, e che date le difficoltà e la non reale volontà di farlo, vedrà Renzi mettere in campo una nuova ondata della sua politica degli annunci, uno slancio comunicativo forte che non dovrà in alcun modo essere lasciato passare senza una forte opposizione da parte dei movimenti, soprattutto quando ad essere sotto esame sarà la proposta di legge finanziaria.

Le cronache locali ci parlano invece di sindaci che lanciano tour nelle periferie, di giunte che promuovono bilanci “sociali”, di sforzi redistributivi in nome dell’equità; tutte promesse che cozzano con lo svolgersi reale di queste politiche. E’ qui che allora bisogna andare ad incalzare le amministrazioni, imponendo che si pieghino alle esigenze e alle richieste di chi lotta, in una pratica quotidiana di vertenzialità autonoma e di scontro per le risorse, mai orientata alla risoluzione della confittualità ma sempre al chiedere e pretendere di più!

Riuscire a ricomporre le forme di vita nelle periferie sociali ed economiche dei nostri territori è la sfida da cogliere anche per rispondere alle continue emersioni di razzismo organizzate o meno. Un dato che sembra centrale: l’enfasi sulle vicende dei migranti a Como, Milano, Ventimiglia si configura anche – e forse soprattutto – come elemento di cambio di passo delle retoriche razziste.

L’idea per la quale l’accoglienza si debba meritare, e conquistare a forza di lavoro non pagato, si è ormai diffusa a livello politico come un acquis, un qualcosa che resterà nel dibattito e che fa capire come la vera posta in gioco non fosse capire se l’Italia avesse le forze o meno per accogliere i migranti, ma riuscire a far passare surrettiziamente un’ulteriore possibilità di disciplinamento di questi.

In ultimo, la questione geopolitica globale, che ci vede in direzione di uno scossone sicuramente importante a livello della controparte; da qui al prossimo anno infatti, avremo in seguito il referendum ungherese sul piano di rilocazione dei migranti, il voto statunitense, il referendum italiano, e poi in serie il voto in Spagna, Francia e Germania.

La possibilità di un rimescolamento totale delle carte degli equilibri globali sembra possibile, in particolare per quello che riguarda il voto USA in caso di vittoria di Trump: ma soprattutto sembra chiaro che l’Europa non potrà che uscirne a brandelli, considerando l’avanzare delle forze che spingono spesso da destra per l’uscita da questa, e una gestione come quella finora tenuta di austerità e depressione economica che verrà rifiutata con forza nella punizione dei partiti di governo.

Renzi sembra averlo capito, nel momento in cui attacca la Merkel e Hollande dopo l’ultimo vertice di Bratislava, strizzando così l’occhio soprattutto all’opinione pubblica interna nostrana: il nostro compito è smontarne allora la retorica, alzare il livello dei conflitti sociali, chiudere la parentesi renziana affermando il NO sociale, e approfondire nel cammino il radicamento delle buone pratiche di solidarietà e di vita in comune nei territori.

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