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L’antifascismo che resta e quello che manca

 

Sotto i portici di via XX settembre i ragazzi e le ragazze escono per il sabato sera, in quell’età dove si esce alle quattro per rientrare a casa all’ora di cena. Sono indecisi se togliersi gli auricolari per sentire cosa dicono dal corteo che torna verso DeFe con il sorriso: “siamo ancora tanti”. Alcuni neanche ci pensano a togliersi gli auricolari. Basta osservare, non sempre contano le parole. Non sempre bastano a riempire di significato i fatti. Hanno i tratti dei sudamericani di Genova. Hanno i tratti dei genovesi. Non capiscono bene perché quelle diecimila persone sfilino in mezzo alla strada, non hanno di che parlarci con quella gente ma non le sono ostili. La memoria antifascista che riproduce una cultura politica e -problematicamente- civile non basta più. Non comunica più con questo mondo. Un mondo giovane, perché azzerato ogni giorno dallo scrolling sui fenomeni: è l’intensità della vita politica oggi. Questo mondo la sua memoria deve inventarla. Non ce l’ha già. Non è la nostra. Deve inventarla. Spogliati delle nostre bandiere, torniamo sulla terra.

“Non un giorno solo, nelle strade tutti i giorni”. In piazza Tommaseo, dove due settimane fa un militante dell’assemblea antifascista veniva ferito dal coltello di un fascista, il servizio d’ordine invita due/trecento compagni e compagne a rientrare nel corteo. La testa prosegue mentre una piccola ma significativa emorragia del sangue nostro che cerca giustizia, si aggruma in piazza Tommaseo rivolta verso via Montevideo, dove da novembre ha aperto la sede di Casa Pound. La polizia è a cinquanta metri, discreta per tutto il corteo al solito protegge in forze i fascisti in fondo alla via, dietro piazza Alimonda. Carlo è ancora lì. La nostra memoria offesa.
Parte qualche razzo, due torce. Non è vero che non è il momento adatto. Andava fatto. L’impunità non gliela concederemo mai. Questo è irrinunciabile.

I fascisti lavorano bene. Stanno nelle scuole, allo stadio. In autunno erano forti abbastanza da sollevare la saracinesca. La sede è viva. Offrono un prodotto che soddisfa un bisogno di identità collettiva. I ragazzi che si avvicinano a loro si sentono soprattutto coinvolti in un messaggio che semplifica la complessità in cui ci perdiamo, offrono simboli comuni, messaggi facili dentro un’organizzazione continuativa che scandisce un ritmo alla vita, la regola, la orienta. La morale non basta. Guardiamoci in faccia. Non sono fuori dalla storia. Sono fascisti che hanno riattualizzato un’opzione ideologia adeguandola allo scontro sociale dell’oggi. Aiutati, certo. Hanno concesso loro uno spazio pubblico. Ma si sa, il potere è cinico. Sono stati usati, sono tutt’ora usati per dialettizzare tensioni non immediatamente riassorbili.

“I fascisti parlano di problemi che esistono”. No, hanno solo imposto il linguaggio dell’oggi costruendo il labirinto dei suoi problemi. Non l’hanno fatto da soli. Luca Traini è un infame maledetto allevato con le stronzate di Salvini. Chi è stato raggiunto da quei proiettili è il bersaglio di questa democrazia. C’è una parte del paese che è bersaglio della democrazia e sua preda. Ora ancora di più, in questa campagna elettorale. Siamo bersagli e prede e dobbiamo trovare le risorse per rispondere alle minacce che la politica ci pone: il dividerci, lo scannarci, la rassegnazione. Di contro antifascismo come la critica a un ordine che fa soffrire, la criminalizzazione della vita proletaria, il bisogno di accedere a risorse collettive per stare meglio, il bisogno di appartenenze collettive. Non stiamo già più parlando solo di antifascismo, di quella cultura politica e civile.

Non abbiamo mai temuto la realtà. La vogliamo rovesciare. Nei sorrisi di quelle diecimila persone a Genova c’è anche questa memoria… in cerca di una sua eredità per dire che abbiamo dei nemici in questa società, questi nemici oggi la governano, per dire che ci serve unità per combattere loro e ciò che ci fa soffrire. Queste iniziano a essere risposte. Abbiamo bisogno di riconsegnarci a una forza e farne del suo conseguimento una missione, un programma. Quella di far male ai fascisti e quella di rappresentare un problema contro l’entropia di questa realtà. Un’eredità per la nostra storia.

 

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