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La piazza del Popolo… del NO!

Siamo in una fase di passaggio: dentro l’apparente immobilità, una costellazione di forze storiche svanisce repentina. Ma gli spazi che qui si aprono indicano dei “vuoti” che non rimarranno tali a lungo. La possibilità di una scommessa politica sul presente si misura proprio nello spingersi verso questi terreni aperti e non sondati, o sospettati come sotto controllo nemico.

Contro la storia recente dei tradimenti subiti da chi in questo paese ha serbato fiducia nel cambiamento, abbiamo comunque creduto da principio, tra altri, che una possibilità contro l’arroganza neoliberale incarnata dal renzismo si sarebbe aperta sullo scontro referendario e che qui ci sia un luogo che si può trasformare in un’occasione per lo scontro sociale in questo paese.

Lo sforzo che abbiamo messo nel percorso di questo autunno opera in tante direzioni, e anche contro la sfiducia di chi si è visto scippare ad esempio la vittoria al referendum sull’acqua affermando che, anche passando per un referendum, possiamo ancora dire no e attrezzarci per farlo pesare.

Qui non si tratta di rinnovare una storia naufragata, quanto piuttosto di far spazio ad altro… a un popolo che passa per un No.

Battere la sfiducia, ribaltare una cultura della sconfitta e della rassegnazione, è questo quanto suggerisce la soggettività che è scesa in piazza oggi a Roma: lontano dall’universo stanco dei reduci delle sconfitte passate ma imparentato con uno spirito di battaglia mai sopito, non perimetrabile attorno a chi già lotta, decisamente di innesco per una platea sociale che osserva in cerca di un suo spazio per rigettare la promessa neoliberale e costruirne una nuova… di rottura irrinunciabile.

Il governo della crisi ha inasprito le forme autocratiche della politica, ritiratasi da interi dominii della vita sociale. Le praterie che si presentano ricche e come fertili terreni per nuovi linguaggi e forme dell’organizzazione sociale-contro, non restano tali per sempre: o si seccano, ritirandosi nelle forme nichilistiche dell’autodistruzione, o vengono colonizzate dalle strategie nemiche della frammentazione: rancore, razzismo, impotenza.

Confrontarsi con questi territori sociali significa sfidare e domare queste pulsioni e proporre uno scontro possibile per riorientarle. Ciò significa anche accettare che tutto ciò possa passare per l’uso di simboli di un mondo che non c’è più ma che continua a parlare al presente: la democrazia, la Costituzione antifascista del ’48, il diritto di decidere. Ereditare, trasformare, organizzare un possibile. In fondo, anche per questo, basta un No e per questo occorre passare.

E’ il nostro tempo inattuale.

Il terreno di questa scommessa è stato (e continuerà ad essere) impervio e dissestato, pieno di contraddizioni all’immagine di ciò che si muove in basso. E proprio per questo ci interessa. La battaglia tra il SI e il NO ha tagliato trasversalmente la società, rimodulando le linee di scontro, oltrepassando gli steccati destra/sinistra, scavando nelle contraddizioni e ci ha obbligato a confrontarci con l’insufficienza delle nostre stesse categorie politiche.

Lo spirito con cui ci siamo mossi in questa partita non è stato quello di tentare un’incosistente e velleitaria egemonia sulla totalità, ma di alludere a una contrapposizione materiale a quelli del SI. E’ d’altronde solo attraverso il conflitto e la sua parzialità che quello che viene definito come “blocco populista”, “accozzaglia”, può diventare terreno di possibilità.

In questo autunno Renzi e i suoi ministri hanno trovato una contestazione in ogni città. Il premier s’immaginava il referendum come una liscia passerella in cui spacciare il balsamo riformatore… ha dovuto affrontare una via crucis culminata alla stazione Leopolda, giornata in cui migliaia di persone hanno rifiutato l’arroganza del Partito trasversale del SI tentando di raggiungere la kermesse simbolo del renzismo.

Oggi a Roma, con pochi riferimenti fissi, abbiamo vissuto in decine di migliaia con il cuore pieno di coraggio e fiducia una giornata di mobilitazione che prima di tutto è stata in grado di restituirci una indicazione precisa: esiste – ora più che ancora – una buona impazienza che si sta diffondendo nel paese. Si tratta di un dato non recuperato dalle strategie di governo, normalizzazione e accelerazione della violenza neoliberale. Qui la variabile che ne può minacciare la stabilità.

Un popolo del No che oggi si è generalizzato a partire dai tanti No sinora espressisi contro il governo Renzi. Una piazza dal forte protagonismo giovanile e migrante, quello di chi non puo esprimersi nelle urne, aperta su un necessario divenire.

Una piazza scientificamente oscurata prima, durante e dopo da tutti i media (in primis quelli “di sinistra”), intimoriti dall’oggettiva rottura del canovaccio referendario scritto da Matteo Renzi: un fronte del NO che avrebbe dovuto essere rappresentato solo da vecchi parrucconi per far risplendere il premier rottamatore. Un copione spazzato via dalla promessa contenuta nel corteo di oggi.

Perchè una promessa è stata seminata per le strade di Roma quest’oggi riempiendo piazza del Popolo. Bisogna coltivarla fino al 4 dicembre e dal 5 dicembre farla fiorire. Ci saranno nemici che più che scrofe ferite si riveleranno comparse destinate ad abbandonare la scena, maschere che spariranno, altre che verranno… di una cosa siamo certi, tutto ciò passerà per uno scontro rispetto al quale chi è sceso in piazza oggi ha deciso di non essere espropriato, e chi dice No una volta difficilmente poi torna sui propri passi.

Da un lato l’apertura a quanto di nuovo può prodursi nell’immediato post-referendum. Dall’altro la necessità di intensificare e aumentare i volumi confittuali. Dentro questa oscillazione si giocano le prossime settimane.

La piazza di oggi ha dato con le sue 50’000 anime un primo segnale; ed è da qui che dobbiamo ripartire all’insegna di una sperimentazione e di una irriducibilità le quali, verso e oltre il referendum, rimangono stelle polari del nostro agire.

Dal 5 dicembre riempiamo le piazze di tutta Italia perché questo NO non può più aspettare.

#céchidiceno

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