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Svuota la banca, la gente campa

La sera del 25 aprile sono state ripulite le cassette di sicurezza nel caveau di una nuova filiale di Intesa San Paolo a Torino, inaugurata pochi giorni prima in pompa magna. Si parla di centinaia di migliaia di euro, ma è una stima approssimativa, i soldi portati via potrebbero essere molti di più. I media l’hanno chiamata la “banda del 25 aprile”, il nome fa sorridere al di là della volontà giornalistica. Non siamo certo tra coloro che tessono l’apologia romantica delle imprese individuali dei rapinatori, pur apprezzandone in questo come in altri casi l’abilità. Tuttavia, non serve scomodare ogni volta il vecchio Brecht per mettere in evidenza come l’obiettivo che è stato colpito, l’istituzione bancaria, sia particolarmente odioso.

Dopo il colpo, gli imbarazzati dirigenti di Intesa San Paolo – la cui retorica sull’imperforabile sicurezza della loro filiale gioiello è stata brutalmente sbeffeggiata – rassicurano i proprietari delle cassette di sicurezza: scusate per l’imprevisto, riavrete tutto. Ma qui il problema non è la sicurezza della struttura fisica, dunque l’evento eccezionale, bensì il normale funzionamento di quella struttura. Il recente crack della “banda delle quattro” (Banca Etruria, Cassa di Risparmio di Ferrara, CariChieti e CariMarche) ha mostrato la truffa sistemica che sta dietro alle loro attività: per coprire buchi di bilancio e crediti deteriorati, per sostenere l’euforia dei mercati finanziari, per redistribuire la ricchezza a grandi imprese e speculatori, ai piccoli risparmiatori viene venduto di tutto, a partire dalle ormai famigerate obbligazioni subordinate. Roba sicura, dicono gli spacciatori in giacca e cravatta ai lavoratori e a quel ceto medio il cui futuro non è più garantito da alcuna forma di welfare, quindi è diventato fai-da-te. Non si tratta di singoli casi di malaffare, di qualche imbroglione, di funzionari mele marce, come cerca ora di far credere il governo Renzi che immediatamente si è precipitato a salvare le banche e azzerare i risparmiatori. È proprio, appunto, il normale funzionamento del sistema bancario a essere una rapina.

Scusate per l’imprevisto, riavrete tutto: è esattamente la frase che hanno ripetuto i dirigenti delle quattro banche fallite agli espropriati. E invece no, nessun imprevisto, perché il furto dei risparmi è non solo previsto, ma indispensabile per la riproduzione del sistema bancario e finanziario. E ovviamente gli espropriati non riavranno niente, o meglio i soldi che verranno dati alle grandi imprese e ai rentier sono presi dai risparmi di chi è costretto a campare – sempre peggio – con il proprio lavoro.

Dovete avere fiducia in noi, ripetono i dirigenti. Al contrario è proprio la fiducia quella che si è rotta: la fiducia dei risparmiatori nelle banche, la fiducia complessivamente nelle istituzioni, nell’ormai indissolubile intreccio tra politica, affari e finanza. Il tradimento della fiducia può assumere la forma della depressione o perfino del suicidio; oppure può assumere la forma dell’ostilità, se si riprende in mano una vita che viene espropriata, come in tanti stanno iniziando a fare e come è avvenuto a Pisa qualche giorno fa o a Firenze lo scorso lunedì. Proprio le vittime del salva-banche sono infatti l’esempio virtuoso di questa rottura: hanno mostrato che ci si può organizzare autonomamente contro l’esproprio non solo dei propri soldi, ma delle proprie vite. A partire dall’avversione al sistema bancario, maturata sulla propria pelle e non ideologicamente, hanno saputo incarnare il nemico, dargli dei volti e dei nomi: i capi delle new e old bank, paparino Boschi e discendenza, pinocchio Renzi, la cricca del Pd (ve lo ricordate il Fassino di “abbiamo una banca”?). Alla faccia delle retoriche del potere, a tutti è infatti ormai chiara una cosa: chi salva le banche condanna le persone, chi salva le banche è un nostro nemico.

Insomma, la rapina è quella che quotidianamente le banche perpetrano ai danni dei risparmiatori, con la copertura della politica istituzionale e il consenso dei media. Il vero furto è quello del nostro tempo, del nostro benessere, delle nostre vite. Avviene ogni giorno, i giornali non ne parlano, i politici lo sostengono. È di questo furto che si riempiono i caveau delle banche. E in questa rapina, a differenza dell’altra, non c’è nessuna abilità: va solo disprezzata e combattuta. Allora che l’esproprio degli espropriatori cominci a essere pratica collettiva, questa è la strada.

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