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Tertium non datur? Sulla contestazione alla Leopolda

“Non è il popolo ma le infrastrutture dei partiti a dover aiutare il leader a trovare le soluzioni”, così si esprimeva due giorni fa la Vicepresidente e Assessore alle politiche di welfare e politiche abitative dell’Emilia-Romagna Elisabetta Gualmini. Poche ore prima a Firenze a una manifestazione pubblica convocata in una piazza (fino a prova contraria) pubblica veniva vietato di muoversi in corteo per protestare contro la convention Democratica alla Leopolda. Affermano che la decisione è lo spirito della democrazia e la riforma costituzionale sulla quale si voterà il 4 dicembre ne ottimizza il gioco. Uno scontro si apre allora sulla decisione su come trasformare le regole del gioco, perché tutto non sia già ipotecato.

C’è il Leader e il Partito, tertium non datur… Per chi si vuole scandalizzare, e alla Democrazia ci crede ancora, come spazio su cui contare per contare, si accomodi e cerchi le incongruenze, di materiale ce n’è a bizzeffe…
La giornata di ieri a Firenze, potenziata dalla molla della reazione all’ennesima prepotenza, contro l’ingiunzione a rassegnarsi, a tacere, a starsene a casa e a non manifestare delinea il quadro di uno scontro che già polarizza un dibattito nel paese. L’opinione e la voglia di esprimerla passa per il contrasto a una linea precisa di comando – chi già oggi appronta soluzioni e prende decisioni e chi no – la quale orienta la linea del comando nei rapporti di classe. La condizione per politicizzare questo dibattito, ovvero perché scenda in profondità nel corpo sociale trasformando la polarizzazione delle opinioni in contrapposizione delle parti, si è resa manifesta ieri: per invertire un rapporto, per contare, non basta affermare una libertà, ma occorre incarnarla in un comportamento di indisponibilità a subire le regole di un gioco definito da altri. Indisponibilità ad accettare i divieti, le cariche e i lacrimogeni, la narrazione unica del leader senza popolo di turno. Questo significa rompere un quadro di compatibilità, condizione minima perché a decidere non sia chi è già d’accordo. Non c’è NO che praticato fino in fondo non si radichi in questa direzione.

La democrazia made in PD e dei loro omologhi d’Oltralpe o d’oltre Oceano si fa in teatrini sigillati dove possono parlare solo gli invitati, e gli invitati sono spesso quelli che pagano l’allestimento e l’affitto del Teatro. Qui si chiamano Confindustria, da altre parti sono i colossi della New Economy o le multinazionali che fondono insieme chimica farmaceutica e sementi Ogm. Su quel che conta sono quasi sempre d’accordo: trattati di commercio da siglare, diritti del Lavoro da abolire, grandi riforme da varare, scuole da privatizzare, costituzioni da abrogare, referendum da portare a casa.

Ieri alla Leopolda si sono incontrati, là dove il “nuovo corso” renziano era cominciato, i padroni di casa nostra: il leader, il suo partito – al suo interno lo spazio democratico per chi dissente c’è, purché rientri all’ovile quando serve (Cuperlo docet!) – finanzieri, industriali, amici e parenti che salvano banche e annegano risparmiatori, costruttori di Grandi Opere e distruttori di territori, palazzinari e grandi investitori.

Ieri, nelle strade di Firenze, si è però anche materializzato l’ospite non invitato, il terzo incomodo. Quell’elemento non previsto nei meccanismi di decisionalità e centralizzazione che rappresentano l’impianto profondo della loro idea di gioco democratico e di riforma. D’altronde, se di democrazia si vuol proprio parlare, non la si può pensare disgiunta dal conflitto, come irruzione dell’inatteso, come la variabile esterna che pratica un No fino in fondo, dalla parola, al voto, alla necessità della contrapposizione per la trasformazione dell’esistente: “ben lungi dall’essere la forma di vita degli individui votati alla propria felicità privata, è il processo di lotta contro questa privatizzazione, il progresso di allargamento di quella sfera”, per cui si tratta di “lottare contro quella ripartizione fra pubblico e privato che assicura il duplice dominio dell’oligarchia nello stato e nella società”.

La giornata di ieri ci spinge a consolidare e approfondire le intuizioni da cui siamo partiti per portare avanti la campagna per il NO al referendum costituzionale. Una giornata che ha svegliato echi inaspettati, ha spaccato il fronte del NO e ricomponendolo in una direzione che va oltre l’anestesia della delega, ha aperto contraddizioni e mostrato spazi di possibilità immensi per farci uscire dal ghetto alternativo in cui ci vorrebbero relegati.

I giovani e meno giovani che ieri si sono scontrati con la polizia per prendersi strade e piazze di Firenze – prima che l’ archistar, uno stilista di grido o un nuovo Farinetti le recinti – hanno lanciato ai rappresentanti delle Arti Maggiori un primo avvertimento: i nuovo Ciompi sono stanchi di voucher, buoni scuola (e “buona scuola”), alternanze, stage e lavoro gratuito… Attendendo che il popolo minuto sappia almeno che crocetta segnare il 4 dicembre, danno appuntamento a Roma per il prossimo 27 novembre. Ultimo, pacato avviso all’oligarca: quando avrà perso, se ne dovrà andare…

#C’èchidiceNO

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