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“Vecchia-nuova” cultura della sinistra? No, doppia rottamazione

Alberto Asor Rosa, sul Manifesto, attacca il “nuovo corso” di Renzi al Pd. Non si pensi che a preoccuparlo sia il progetto di regolamentazione del lavoro precario, tutto orientato a favorire le pretese dei nostri padroni; per il professorone queste sono quisquilie, lui ha ben altro a cui pensare. Ciò che non gli va giù del “renzismo”, infatti, è questo strano pragmatismo per cui, dice, l’azione politica viene concepita come avente uno scopo, un risultato concreto (ad es., la presa del potere per via elettorale); perdendo così di vista un non meglio precisato “processo”. Questo insano pragmatismo sarebbe, inoltre, ispirato da una concezione dove il programma politico, o lo slogan, sono studiati per creare un rapporto di sostegno tra elettorato e leader, nella nefasta ricerca di un consenso tra la popolazione; ciò che, per Asor Rosa, costituisce una lesione “della democrazia”, giacché i leader e il governo vengono spinti a cercare l’assenso delle masse, più che delle formazioni parlamentari.

Democrazia è ancora oggi, per la casta accademico-burocratica degli eredi del Pci, partitocrazia sulle spalle degli operai (di ieri e di oggi). Il professore non ha peraltro titolo per paventare le pur evidenti trasformazioni autoritarie del sistema istituzionale, visto che è la sua cultura politica ad aver prodotto la variante presidenzialista de facto interpretata da Napolitano. A proposito: poteva mancare forse, nella sua analisi, la conclusione ormai scontata che anche in questo caso, a causa di pragmatismi e ricerche del consenso, si aprirebbe un “vulnus” nel dettato e nello spirito “della costituzione”? Certo che no: la vecchia cricca non smetterà mai, nel vuoto politico e nell’impotenza argomentativa che la contraddistingue, di chiosare ogni singola sparata con un richiamo qualsivoglia all’ordinamento giuridico, meglio ancora se a partire dal feticcio costituzionale.

Il disegno di “efficientazione del sistema-Italia” proposto dai renziani prevede, a parte la gratuita violenza sulla lingua italiana, una dilatazione ulteriore del tempo e della fatica, e del potere concreto, che dovremo consegnare a chi ci sfrutta; e, in seconda battuta, ma parallelamente, una riforma in senso autoritario dello stato che prenda atto del commissariamento finanziario del nostro paese. Un simile disegno ci vede ostili non in nome di questa o quella tradizione “della sinistra”, ma dei nostri puri e semplici interessi materiali e sociali. Se nelle democrazie il candidato liberale deve puntare anzitutto sui voti di chi intende massacrare (e non a caso Renzi vorrebbe pescare molto nella fascia giovanile, cognitiva e precaria, come provano i suoi continui richiami pseudo-subliminali al web e all’informatica) già moltissimi, tra i macellati prossimi venturi, hanno perfettamente compreso perché quel candidato è un nemico.

Ciò detto, Alberto Asor Rosa, o meglio i resti esanimi di quella parte di casta che egli in qualche modo interpreta, sarebbe un nemico di pari livello, se la combriccola cui egli è storicamente legato non fosse ormai resa (quasi) inoffensiva dagli esiti storici di una doppia rottamazione: la prima sostanziale, con radici tutt’altro che recenti, e la seconda formale, che segnala la registrazione tardiva della sua fine da parte della cosiddetta “politica”. La prima è stata quella dei movimenti sociali globali che, tra successivi e plurimi “’68” e “’89”, hanno decretato il rifiuto, da parte delle generazioni di quelle epoche e di quelle a venire, delle incrostazioni burocratiche proprie dei partiti storici della sinistra, e questo è avvenuto in tutto il pianeta. La seconda, che come una nottola stupida è arrivata trent’anni in ritardo (ed infatti il fenomeno è in questo caso italiano), è quella dei nuclei di interesse capitalistico, lobbistico e finanziario che hanno deciso di spolpare il cadavere, attraversando lo spazio politico (perché tale è e come tale è stato costruito, con buona pace di Bersani), ormai vuoto, di quelle incrostazioni. Questo per impadronirsene non più indirettamente, come era avvenuto molto più addietro, ma direttamente; e, con il tempo, probabilmente, disfarsene.

Protagonisti di queste due successive rottamazioni (lunga, differenziata e bellissima la prima, stucchevole e malaugurante la seconda) sono state le due grandi classi sociali globali che, precisatesi sul finire del Novecento, cominciano ad affrontarsi in questo secolo; vale a dire, le stesse vecchie due classi antagoniste, quelle di sempre, ma globalizzate e storicamente trasfigurate dai precedenti conflitti. In mezzo, le anticaglie organizzative, culturali e polemiche di chi ha parassitato le culture dell’antagonismo operaio del passato, ha costruito la sua legittimazione sociale sulla divisione gerarchica del lavoro intellettuale e, infine, ha ideato o difeso le svariate nefandezze della “gioiosa macchina da guerra” del Pds-Ds-Pd arrivata al potere (senza o con Berlusconi alleato), fino a sostenere, sempre nello stesso articolo su Il Manifesto, che oggi chi vuole costruire una “vecchia-nuova cultura di sinistra” (specificando “non più comunista”: e tutti a bocca aperta per lo stupore) deve a tutti i costi impedire che cada il governo Letta, per non favorire Grillo e Renzi e perché diamine, compagni, abbiamo bisogno di tempo per “ri-organizzarci”.

Ecco, Asor Rosa, fai così: ri-organizzati. Poi facci sapere come è andata a finire.

Velvet Secret

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