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Chi va con i politicanti impara a fare il politicante?

Ci sono contesti in cui la semplificazione è imposta dalle lotte, dove i margini per le ambiguità politiciste stanno a zero. La Val di Susa, inutile dirlo, è uno di questi contesti: da una parte ci sono truppe di occupazione, dall’altra una popolazione che resiste. Perciò la solidarietà alle forze dell’ordine impegnate nel cantiere del Tav di Chiomonte firmata dal nuovo consiglio comunale di Torino non può essere archiviata come un mero atto formale privo di valore, né giustificata con le furbesche pressioni di Pd e destra. Quella popolazione e quella resistenza, infatti, sono state una componente centrale della vittoria del M5s a Torino, o meglio e prima ancora della sconfitta del Pd. Esprimere solidarietà alle forze dell’ordine di quel maledetto cantiere significa dunque un piccolo ma simbolicamente pesante tradimento di coloro che hanno visto nel voto alle amministrative la possibilità della rottura con un consolidato sistema di potere; significa piegarsi agli imperativi della politica politicante, quella fatta degli interessi personali e delle lobby; significa sostenere lo sperpero di denaro pubblico, le grandi opere inutili e dannose, le banche che ci mangiano e affamano i risparmiatori.

Questa nefasta solidarietà è un brutto cedimento frutto di paura e inesperienza, oppure il primo passo di un rapido voltagabbana (la vicenda Pizzarotti dice qualcosa)? Lo vedremo presto, proprio sulla questione del Tav: vedremo, per esempio, se la nuova giunta accetterà di sedersi ai tavoli dell’osservatorio, uno dei tanti enti-mangiatoia contro cui il M5s ha sempre sostenuto di battersi. Insomma, o si combatte davvero il Tav, ognuno a suo modo e nel proprio campo, oppure ci si accomoda sulle poltrone della politica istituzionale. Questa è la scelta che bisogna compiere.
D’altro canto, le componenti più scaltre del sistema dei partiti e dello stesso Pd probabilmente stanno già ragionando su come recuperare una Appendino, così come le élite europee si stanno ponendo il problema di come addomesticare il M5s a discapito delle istanze di trasformazione che rappresenta, caotiche e ambigue ma sicuramente reali. Di come, cioè, spingerlo verso una direzione di innovazione tecnocratica, sconfiggendo l’anomalia di rifiuto espressa da buona parte della sua composizione e un’anima di riformismo radicale non socialdemocratico che dentro il M5s confusamente si agita. Del resto, le istituzioni sono macchine di produzione di soggettività, di una soggettività che lavora per la riproduzione e innovazione dello status quo e contro i processi di trasformazione radicale.  La questione non è tanto se i singoli si corrompono oppure no; sono le istituzioni stesse a produrre soggettività corrotta, funzionale all’autoperpetuazione del marciume istituzionale.

Non siamo certo così ingenui dal pretendere che a produrre rottura siano un sindaco o una forza politica istituzionale, ancorché anomala. Sono solo le lotte, nella loro autonomia, a poter rompere le compatibilità. Quello a cui siamo invece attenti – senza purismi ideologici che nascondono debolezze concrete e marginalità politica – è la disposizione delle forze in campo, le necessità di inceppare o chiudere spazi al nemico anche sul suo terreno, quello istituzionale. D’altro canto, sono le lotte stesse ad  aver contribuito ad aprire lo spazio che ha permesso la sconfitta di Fassino e compari. Una grande parte di coloro che ha votato per il M5s lo ha fatto non solo contro il Pd, ma contro l’idea che sia una casta separata di politici a governare la società. Una buona fetta di quella composizione – estremamente eterogenea e profondamente ambivalente – non vuole un partito di lotta e governo, ma vuole lottare cono il governo e la governabilità. Sono questi, tra altri, i soggetti che possono costruire un potente NO sociale a Renzi verso e oltre il referendum dell’autunno, per mandare a casa lui, per mandare a casa tutti. Ecco la scommessa che abbiamo di fronte: anche qui le ambiguità politiciste non hanno spazio, o si sta dalla parte del sistema istituzionale e dei partiti o lo si combatte con ogni mezzo necessario.

Del resto, lo stesso Renzi due anni fa pensava di poter sfruttare una fase di ripresa economica per costruire il proprio sistema di clientele e gettare le basi di un duraturo potere da ex rottamatore. Ha fatto molto male i suoi calcoli, la crisi continua a mordere ferocemente, i processi di impoverimento si allargano, crescono i pezzi della composizione sociale che non ne possono più di farsi governare da chicchessia. Quando le vacche sono magre diventano tutte scure e indistinguibili, un partito vale l’altro. E alla fine vengono tutti mandati a casa.

Sindaco avvisato…

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